LONDRA – La Church of England si appresta a lanciare una campagna nazionale di “evangelizzazione digitale” per raggiungere circa un milione di ragazzi. Lo scopo dell’iniziativa, intitolata «Riforma e rinnovamento», è quello di avvicinare il cristianesimo alla generazione non praticante, utilizzando i mezzi di comunicazione, come i social network, con i quali oggi i giovani hanno grande familiarità.
Il lancio della campagna è stato annunciato nei giorni scorsi a Londra, durante i lavori del Sinodo generale, dal canonico John Spence: «E’ improbabile – ha detto – che vedremo una crescita netta dei membri della Chiesa nel corso dei prossimi trent’anni». Tuttavia, «il programma “Riforma e rinnovamento” non è solo una questione di numeri; esso riguarda una crescita globale profondamente radicata nel discepolato».
All’interno della Church of England, non va dimenticato, c’è grande preoccupazione per la secolarizzazione della popolazione, alla quale corrisponde una graduale e continua diminuzione del numero dei praticanti. Secondo uno studio pubblicato a gennaio dall’Ufficio nazionale di statistica, è per la prima volta sceso sotto il milione il numero di persone che frequentano la messa domenicale. Le 760.000 presenze registrate corrispondono a meno del 2 per cento della popolazione. Si riducono significativamente anche i battesimi (in calo del 12 per cento dal 2004), matrimoni (-19 per cento) e funerali (-29).
Spence sottolinea però la necessità di andare oltre i pure dati numerici: «Il lavoro più difficile che dobbiamo fare – ha detto – è misurare la crescita nella spiritualità e nel discepolato. Il rinnovamento e la riforma devono essere radicati nella teologia e nella spiritualità». Dal canto suo Jonathan Kerry, segretario della Diocesi di Leicester e leader del gruppo di lavoro che ha elaborato la campagna, ha dichiarato: «Ci troviamo in un momento di cambiamento epocale nella comprensione di ciò che è e deve essere la Chiesa». Quest’ultima «va presentata sotto una luce positiva, come realtà inclusiva».
Tra i provvedimenti approvati in settimana dall’assemblea sinodale della Chuch of England quello che incoraggia alla donazione di sangue e organi. Gesti di solidarietà che per i cristiani, è stato detto, rappresentano qualcosa di molto più di un dovere, quasi «un’offerta sacrificale». Il testo è stato presentato dal vescovo di Carlisle, James Newcome, responsabile in materia di assistenza sanitaria, il quale ha citato appunto l’espressione «offerta sacrificale» per dare peso e profondità alla sollecitazione rivolta ai credenti. «L’offerta sacrificale è solitamente associata al tempo, al denaro e ad altre forme di donazione. Ma si può ben applicare anche al sangue che scorre nelle nostre vene e agli organi che sono parte intrinseca dei nostri corpi», ha sottolineato Newcome.
Nel suo intervento, l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, è invece tornato sull’incontro dei primati della Comunione anglicana del gennaio scorso per sottolineare che, nonostante le divisioni enfatizzate dai media (sull’ordinazione di preti e vescovi gay, ndr), in tutti è presente la tensione all’unità. «Tutti i cristiani sono testimoni dell’amore di Gesù Cristo. Lo Spirito ci è dato proprio per questo compito», ha detto il primate della Comunione anglicana sottolineando come la missione evangelizzatrice sia «il nostro dovere, il nostro privilegio e la nostra gioia».
Il Sinodo ha provveduto anche a ratificare The Columba Declaration (Dichiarazione di Columbano), firmata a dicembre, nella quale la Chiesa presbiteriana di Scozia e quella anglicana d’Inghilterra si riconoscono reciprocamente e definiscono i passi per crescere ulteriormente nella comunione e nella missione. Un testo considerato da molti osservatori di portata storica, che segna una nuova tappa nel dialogo ecumenico, non solo nel Regno Unito. «Il dialogo e la collaborazione tra le nostre Chiese – ha spiegato il vescovo di Chester, Peter Forster – si basa sul modello condiviso di Chiesa “nazionale”».

Fonte: © L’Osservatore romano, 21 febbraio 2016

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