L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’ESSERE (GAY)

E ora esultino coloro che ne hanno diritto: i cattolici

Ecco il graffiante e poco politically correct editoriale del nostro Direttore responsabile, cattolico romano, sulla legge che regolamenta le unioni civili.

di MATTEO SALVATTI

Ecco, le checche varie di formigoniana memoria dovrebbero davvero innervosirsi, toh, utilizziamo questo termine, non esultare. Non entriamo nei dettagli tecnici, questo è un editoriale, i nostri giornalisti e gli stessi lettori sanno bene quale sia la materia e gli ingredienti di questa pietanza, non è il caso di rifare la cronaca delle ultime ore. Dovrebbero arrabbiarsi perché festeggiare significa essere felici per qualcosa che si è ottenuto, per un regalo, per una conquista. In questo caso chi è felice sta, implicitamente, magari senza una piena avvertenza, urlando: “Finalmente anche io sono come voi”, cioè: “Io, che ben avevo la consapevolezza di essere inferiore, da oggi non lo sono, o meglio, c’è qualcuno che ha scritto su un pezzo di carta che io non lo sono”. Ecco, è umiliante che i diritti vengano scritti. Quasi quasi vado da mio figlio, oggi, prendo un pezzo di carta dove scrivo che gli voglio bene, si sa mai che me lo dimentichi. E aggiungo anche che lui ha diritto a chiamarmi papà e a volerne a me, di bene. Capiamo dunque che non c’è da gioire. Piuttosto c’è da riflettere. Su molti aspetti. Vorrei innanzi tutto parlare del tema inerente la possibilità di adottare il figlio del coniuge. Anche qui: molte visioni preconcettuali e partigiane di sorta e poca teologia, oltre che poco buon senso, ma, si sa, quello con la crisi è finito da tempo nei mercati. Se Dio ha affidato un figlio a due genitori, se quel bambino ha un padre e una madre, chiunque capirebbe che costituisce un atto violento e aggressivo andare da questo cucciolo o ragazzino o adolescente che sia e berciargli: “Senti, il tuo papà ha scoperto che è contento a stare un po’ più tanto tempo con quel suo amico, te lo ricordi? Quello che veniva a trovarci? Ecco, stanno bene insieme, però, sai cosa c’è, tu ora non è che sei proprio più suo figlio tanto quanto prima”. Ovvio che il bambino obietterà: “Ma cosa ho fatto di male, io? E’ colpa mia?” E via di sensi di colpa infiniti. Alla faccia delle sbrodolate di decenni di “le colpe dei padri non devono ricadere sui figli”. Mio figlio resta mio figlio se io muoio, resta mio figlio se vado in carcere e sono un assassino, resta mio figlio se divento vegano o cambio orientamento sessuale. Sai che scoperta sensazionale! Qualcosa partorita dopo anni di dispute filosofiche, altrimenti non ci si può arrivare. Ma per tornare ad oggi. Per favore, mettete via le cartine geografiche. Smettetela di colorare in rosso e in giallo le zone in cui ci sono un po’ di diritti, qualche grammo di diritto, qualche molecola di diritto per le persone dello stesso sesso. Davvero, fa tanto diffusione della malaria e della peste bubbonica, fa tanto presenza di animali in via d’estinzione.

La questione dell’assegno di mantenimento, visto come trofeo da sbandierare (si va sul risparmio anche sui trofei dunque sono leggeri e si possono sbandierare) va vista proprio in ottica responsabilizzante, quasi che, qualcuno, a un certo momento, si sia accorto, che “quei due lì fanno sul serio” e conseguentemente se tradiscono l’altrui fiducia non possono darsela a gambe e farsi uccel di bosco come niente fosse. In altri termini, è trattare le persone come essere senzienti e non come libellule incapaci di prendere decisioni a lungo termine. C’è da gioire per esserci arrivati?

Quello che troppi (quasi tutti) i cattolici non hanno compreso, però, è che loro, solo loro, dovrebbero essere felici. Questa è una riflessione che vorrei portare alla vostra attenzione. Siamo al paradosso parossistico. Esulta chi dovrebbe essere imbufalito e è nero chi invece dovrebbe gioire. Sul perché i primi non abbiano nulla di cui essere contenti ne ho appena parlato. Ma perché, in buona sostanza, i cattolici dovrebbero brindare ed essere soddisfatti? Non è una provocazione, la mia. Veramente. Dovrebbero essere fieri del fatto che, da oggi, possono mostrarsi realmente cattolici e ascoltare la Chiesa e non usufruire di quanto uno stato Laico giustamente propone ai propri cittadini non necessariamente cattolici. L’orgoglio di scegliere una condizione, non di viverla perché imposta da altri e imporla ad altri. Ma ditemi un po’ che meriti e che fatiche fa un uomo a far digiuno se lo portano nel deserto o nella mia casa al mare (dove le possibilità di approvvigionamento di cibo sono più o meno le medesime)? I cattolici seri, credenti, osservanti e praticanti hanno dimostrato, in questi decenni, di credere nella indissolubilità del matrimonio laddove, gli altri, uomini di altre confessioni o di nessuna confessione religiosa, invece, approfittavano di questa legge. “Beato l’uomo, scrive la Bibbia, che è stato tentato e ha resistito”. Dunque, dato per scontato che questa legge non impone a nessun omosessuale di abbandonare la traiettoria tracciata dalla Chiesa per la salvezza della sua anima e di quella di chi ama, a maggior ragione vi saranno più meriti per queste persone davanti a Dio, i quali volontariamente, scientemente, e, per osservanza al proprio credo, decidono di comportarsi da cattolici. Mentre, tutti gli altri, potranno vivere secondo le proprie convinzioni. Non vi è merito laddove non vi è possibilità di scelta.

Una postilla, infine, doverosa, sul mancato obbligo di fedeltà. Non facciamone un caso di Stato. E’ più o meno lo stesso del dibattito sui crocifissi nelle aule: giochi dialettici, non sostanza. Chi si ama una cosa teme più di tutto: qualcuno che alzi il dito e bacchetti: “Tu adesso devi amarlo per sempre, gheto capìo? (detto alla veneta suona più perentorio). Una miriade di fidanzati di ogni generazione, innamoratissimi, diventavano ex abrupto, statim, di colpo, meno fidanzatissimi e meno innamoratissimi quando la nonna o la mamma di turno se ne usciva con: “Mi raccomando, adesso te la tieni e guai a te se osi lasciarla”. Quello manco ci pensava, fino a quel momento, e ciò che riteneva fosse la migliore delle vite possibili, iniziava a esserlo un po’ meno. I gay sanno amare senza bisogno che nessuno li obblighi a farlo.

Mi ero ripromesso che non avrei avuto scivoloni, in questo editoriale, su banalità del tipo: viviamo in un periodo in cui bisogna creare sinergie per combattere chi si odia e non chi si ama, pur sapendo che certe ovvietà vengono trascinate fuori dalla penna, ma ho resistito, ce l’ho fatta, come si può notare. Bene bene.

Matteo Salvatti

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