LE UNIONI (IN)CIVILI

Editoriale di Andrea Panerini

No, non ce la faccio proprio ad essere felice per la legge sulle unioni civili approvata ieri dalla Camera dei deputati. E’ vero: qualche diritto in più è arrivato al popolo LGBTQ. Ma, appunto, “qualche” diritto, non “i diritti”. Non il diritto di essere veramente famiglia, ovvero un soggetto sociale con diritti e doveri sociali come quello di provvedere alla prole. Qualche diritto ma non il nome di “matrimonio” e “famiglia”. Gli omosessuali rimangono cittadini di serie B in coppie di serie B, con “qualche diritto” ma senza la dignità, i diritti e i doveri degli altri. E’ come se sopra un autobus le persone LGBTQ dovessero salire da un accesso secondario, senza figli e occupando i posti a sedere solo in determinati casi. Vi ricorda qualcosa?
“Qualche” diritto è stato gentilmente concesso dalla maggioranza “normale”, da un governo paternalistico e semi-autoritario che è riuscito a farlo perché non deve giustificarsi davanti al Vaticano: sicuramente di sinistra non è, non deve farsi perdonare passati remoti o recenti nel comunismo. Anche l’eliminazione del dovere di fedeltà è emblematico. Si può discutere se un tale obbligo sia da inserire nella legislazione di un paese democratico liberale, ma visto che è previsto per il matrimonio, quello con la A maiuscola, la sua eliminazione nelle unioni civili vuole marcare la distanza dall’istituto matrimoniale e sanzionare in via legislativa che le coppie omosessuali sono per natura promiscue e infedeli, inadatte ad allevare bambini e quindi di seconda categoria.
La legge sulle unioni civili voluta dal governo Renzi è una legge che legittima a livello legislativo le discriminazioni e cristallizza le rivendicazioni di ulteriori diritti civili in una sorta di apartheid sociale. Il matrimonio egualitario e la stepchild adoption non sono discorsi da massimalisti: sono il minimo sindacale in un paese moderno, civile, laico e liberale nel 2016. Cosa che l’Italia non è.

Andrea Panerini

 

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