UN NEFASTO ANNIVERSARIO

L’11 febbraio 1929 il governo fascista firmava con il cardinal Gasparri, segretario di Stato vaticano, il concordato, i “Patti lateranensi”, che poneva fine alla “questione romana” che aveva per decenni contrapposto lo Stato italiano alla Chiesa cattolica romana. Tale dissidio verteva principalmente sulla non accettazione da parte del Papa dell’occupazione italiana di Roma avvenuta il 20 settembre 1870 e su questioni di carattere economico e di sovranità territoriale della Curia romana.
Dopo oltre cinque anni di preparazione il Vaticano accettò di firmare un accordo con il fascismo dopo aver rifiutato qualunque accomodamento con i governi liberali precedenti: il governo Mussolini dava, secondo l’opinione dei vertici cattolici, maggiore garanzia di stabilità e di arrendevolezza, come già dimostrato nella questione dell’ora obbligatoria di religione cattolica prevista dalla Riforma Gentile del 1923. Mussolini concesse notevoli provvidenze economiche, l’indipendenza e l’accreditamento internazionale dello Stato della Città del Vaticano che ritrasformava il romano pontefice nel Papa-Re, seppure con un territorio minuscolo, e l’influenza decisiva del cattolicesimo nella vita nazionale. E d’amore e d’accordo i due soggetti continueranno fino alla caduta del Duce, seppur con qualche momentaneo disaccordo (come sul ruolo dell’Azione Cattolica e sulle leggi razziali) ma anche con grandi infamie (come la benedizione dei preti cattolici ai moschetti dei soldati che partivano per la Guerra d’Etiopia o per contrastare lo spauracchio rosso nella Guerra civile spagnola).
Dopo la caduta del fascismo e la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, il Vaticano riusciva a far inserire i Patti lateranensi nella Costituzione repubblicana e nondimeno nei Principi fondamentali, grazie all’opera di convincimento della Democrazia Cristiana e alla connivenza del Partito Comunista Italiano che, per bocca del segretario Togliatti, dichiarò di “non voler dividere le masse popolari”. L’articolo 7 infatti recita “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. Con questo breve testo veniva costituzionalizzato il Concordato e la conseguente discriminazione con tutte le confessioni “diversa dalla cattolica”, depotenziando la libertà religiosa garantita formalmente ma non sostanzialmente dall’articolo 8, in considerazione anche del fatto che le confessioni che non abbiano una Intesa con lo Stato ricadono sotto il regime dell’illiberale legge “sui culti ammessi” (L. 24 giugno 1929, n. 1159, Disposizioni sull’esercizio dei culti ammessi nello Stato e sul matrimonio celebrato davanti ai ministri dei culti medesimi e regolamento con R.D. 28 febbraio 1930, n. 289, Norme per l’attuazione della legge n. 1159/1929, sui culti ammessi nello Stato e per coordinamento di essa con le altre leggi dello Stato) che limita molte libertà fondamentali.
E anche se Bettino Craxi migliorerà leggermente alcune questioni con la revisione del Concordato firmata il 18 febbraio 1984 (pagando salato queste piccole modifiche con l’istituzione dell’Otto per mille), gli accordi tra Stato italiano e Santa Sede rappresentano tutt’oggi una pesante ipoteca confessionale sulla vita pubblica italiana. I credenti di altre confessioni sono “acattolici”, vengono quindi definiti per quello che NON sono e non per quello che sono, per le tradizioni teologiche, spirituali e storiche che rappresentano. E’ questa una limitazione enorme e illiberale di cui l’Italia contemporanea non è riuscita a liberarsi, non solo pagando profumatamente il Vaticano e accordando privilegi a scuole e istituzioni cattoliche ma entrando in maniera intollerabile nelle coscienze di cittadini che non sono alla pari con quelli della religione maggioritaria (ma, con il passare degli anni, sempre meno maggioritaria). I cattolici sono cittadini “più uguali degli altri” e gli acattolici (tra cui anche milioni di italiani atei) devono sempre pagare dazio a quella che, formalmente non è più Religione di Stato, ma che è ancora la Religione garantita e pagata dallo Stato.
No, davvero, non c’è davvero motivo di festeggiare una giornata di schiavitù e ignominia e c’è solo da pregare affinché giunga il giorno in cui anche l’Italia sarà davvero un paese laico e rispettoso di tutte le diversità religiose.

Andrea Panerini

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