«MAZZINI E LAMENNAIS. LA SPIRITUALITÀ DEL PROGRESSO» DI ANDREA PANERINI

Andrea Panerini, Mazzini e Lamennais. La spiritualità del progresso, La Bancarella editrice, Piombino 2016

L’Europa risorgimentale è protagonista sullo sfondo tratteggiato da pagine che presentano correnti di pensiero e tendenze culturali determinanti nella sua evoluzione culturale. Un interessante corredo di foto arricchisce la documentazione e accompagna la lettura.
La competenza dell’Autore sul tema emerge in tanti modi, fra cui l’offerta esplicita di spunti per successivi approfondimenti (p. 18).
Nel clima della radicale fiducia, ordita trama per trama, nella Giovine Italia, manifestazione compiuta di legge di progresso e di dovere (p. 20), Mazzini e Lamennais stringono e approfondiscono il loro sodalizio intellettuale.
L’opera dà anche modo di riflettere su quanto antiche e radicate siano le istanze di un’unità europea federata e come rintraccino in Mazzini una inequivocabile paternità.
Lo stile della scrittura è semplice, essenziale, lineare, e riesce nell’impresa di non concedere all’approssimazione, ma di rimandare opportunamente alle fonti. Così il discorso è rivolto allo studioso ma è accessibile anche al lettore comune.
Si riscontra grande attualità nell’opera mazziniana di promuovere un riscatto sociale per gli immigrati a Londra attraverso l’istituzione dell’apostolato popolare e della scuola elementare gratuita (p. 23).
La sintesi e la chiarezza costituiscono punti incontrovertibili di forza dell’opera. Emerge facilmente una grande padronanza dell’argomento nell’agilità della scelta delle argomentazioni e nella facilità a indicarne subito gli esiti.
La prospettiva appare originale nel suo sforzo di presentare non un Mazzini da archivio quanto una sua inquadratura a partire dalla luce emanata dall’attualità e spinta dal desiderio di un progetto democratico autenticamente popolare, che l’Autore valuta tuttora incompiuto nel panorama italiano.
È bene evidenziata la continua attività di Mazzini fino alla fine ingenerosa dei suoi giorni. Lamennais è presentato in tutta la complessità del suo spirito libero, che lo contraddistingue, attraverso una continua dialettica in tutti gli ambienti, dalla famiglia, di cui pure subisce il profondo influsso, all’autorità napoleonica e a quella ecclesiastica. La questione della verità, in senso ampio e anche nella specifica accezione religiosa, diventa prepotentemente centrale e pone inedite spinose questioni da affrontare alla tradizionale apologetica cattolica, per quanto egli, pure ordinato prete nel 1816, non intendesse incrinarla. Nelle categorie del senso comune e della ragione generale, da lui indicate, si può riconoscere una pista ermeneutica dei tempi, presente anche in Mazzini, volta a riconoscere la bontà in sé del pensare insieme, dell’unire le forze in vista di un progetto comune. E questa pianificazione si concretizza in Lamennais nel giornale L’Avenir che doveva mettere insieme aspirazioni ultramontaniste e liberali. Il motto Dieu et liberté cozza purtroppo contro una duplice condanna del pensatore religioso attraverso i pronunciamenti della Mirari vos e della Singulari nos, entrambe di papa Gregorio XVI. Nel piccolo, ma significativo, Paroles d’un croyant, l’infallibilità papale è oscurata da un nuovo principio in grado di coniugare istanze risorgimentali e successione ecclesiale, secondo cui la continuità apostolica è affidata direttamente al popolo. Popolo è una categoria straordinariamente potente che conquista il primato nell’opera di Lamennais. Il clima romantico e risorgimentale lo propone alla riflessione teologica, che, però, non tenterà nemmeno di farlo proprio negli ambienti cattolici, almeno non prima della svolta del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Prima portati in parallelo, successivamente i due studiosi, Mazzini e Lamennais, sono messi a paragone. In Scritti letterari di un italiano vivente (vd. p. 40), Mazzini elogia il prelato fuori dal coro e lo definisce addirittura uno dei nostri santi. Per lui prospetta un riscatto escatologico, nel momento in cui immagina che tutti quelli che in vita gli hanno voltato le spalle, condannando le sue posizioni, invece gli andranno incontro per abbracciarlo e rivedere le proprie posizioni. Lamennais è così accolto come un martire, non soltanto come un santo, in nome del valore del popolo da lui riconosciuto e della libertà e della pace della coscienza. È proprio intorno all’idea di popolo che l’autore disegna il magico cerchio che abbraccia i due pensatori, distinguendoli da altri teorici non del tutto simpatizzanti della democrazia come de Tocqueville (p. 41).
Il sodalizio fra l’italiano e il francese si rafforza nel 1833, quando Mazzini difende l’altro dalla condanna della Mirari vos con argomentazioni abbastanza singolari. Afferma, cioè, che, letto in profondità, il pensiero di Lamennais non è affatto anticlericale e antipapista, quanto invece si concentri su argomentazioni razionali, in grado, secondo il genovese, di proteggere, non di attaccare il papa (p. 43). Quale ampia mente sarebbe servita, però, per individuare una simile lettura?
L’amore di Mazzini per l’idea di progresso e la profonda convinzione che fosse intimamente connessa con la religione traspare anche nella valutazione dell’opera di Lamennais e dei suoi intrecci sofferti con l’autorità ecclesiastica cattolica.
I due pensatori sono anche analizzati alla luce delle loro differenze, primo fra tutti proprio il rapporto con la religione, rimasto per Lamennais nell’alveo della fede cristiana, debordato in Mazzini in forme totalmente autonome (p. 45).
È assai interessante e offre spunti di ulteriori approfondimenti anche la concezione del male in Mazzini, presentato come separazione, isolamento dell’individuo rispetto alla collettività, a loro volta intesi come condizioni frenanti il progresso.
Tiene idealmente uniti i due pensatori la stessa fiducia nella dimensione spirituale, accolta anche come argine al materialismo dilagante (p. 50). In questo il nostro tempo potrebbe trovare ancora buone lezioni da assimilare.
Un intero capitolo è giustamente dedicato all’epistolario fra i due, proseguito per vent’anni, dal 1834 al 1854 (p. 58). Una tenace speranza nel trionfo finale del bene reso vittorioso dalla volontà di Dio si accompagna alla stima da nutrire nella forza del sacrificio, al binomio fra Dio e popolo. Mazzini è affascinato da Lamennais, in cui riconosce una voce profetica.

Che cos’è progresso per i due? La forza collettiva che fa di un insieme slegato e anonimo un soggetto, chiamato popolo, protagonista della storia, in grado di trovarsi e di agire in sintonia con la misteriosa potenza di Dio.
Perché rileggerli oggi, pur non disponendo necessariamente di conoscenze specifiche approfondite? Intanto la fede in Gesù Cristo, sia pure interpretata in modo libero, critico, autonomo, diventa un serbatoio cui attingere acqua viva per irrigare campi di umanità in grado così di produrre progresso, migliori condizioni di vita.
Inoltre la collettività nominata popolo è considerata come una categoria ermeneutica in grado di leggere criticamente e applicare una ragione giusta. Tutto quanto contribuisca all’unità e alla compattezza di questo soggetto pensante e protagonista è inquadrato come bene, tutto quanto spinga, invece, nella direzione opposta, è considerato come un male. Persino il protestantesimo è interpretato negativamente per la sua tendenza alla frammentazione e all’individualismo.
Non può esserci separazione a questo punto fra sfera religiosa e sfera civile. Le due si influenzano a vicenda e operano in sinergia, funzionali, in definitiva, ai due protagonisti principali, che restano indiscutibilmente popolo e storia, sotto lo sguardo di Dio. È anche interessante che Mazzini propugni l’idea di un Concilio generale capace di spingere la chiesa al cambiamento e di promuovere la Roma del popolo (p. 66). Questo Concilio, prematuro per i tempi della chiesa secondo Mazzini, doveva coinvolgere l’umanità a un livello più ampio, un Concilio generale, umanitario, delle intelligenze.
Guardando alla prospettiva religiosa, se da un lato la fede dipinta da Mazzini è abbastanza sciolta dalla fede definita attraverso la dottrina cristiana in senso lato, dall’altro e letta dal punto di vista odierno contiene avvisaglie di una religiosità molto vicina alla sensibilità attuale. Nella autodefinizione di Mazzini, membro della chiesa militante (p. 72) è espressa una scelta personale capace di distinguersi dalla struttura ecclesiastica, tale, quindi, da configurare un soggetto nuovo in cui, come accade ora nella postmodernità, il rapporto fra fede e appartenenza è riscritto creativamente sulla base di una scelta personale. E poi è presentato un cristianesimo slanciato verso un’espressione comunitaria compiuta, come accolto in via programmatica dal Concilio Ecumenico Vaticano II, ma per larga parte ancora non attuato.
Pienamente attuale è il bilanciamento perfetto fra diritti e doveri, scaturito dalla consapevolezza dell’irriducibile valore di ciascun essere umano e della necessità di assumere come dovere non il semplice riconoscimento, ma la messa in atto di ciascun diritto. L’idea stessa di Europa unita trae linfa da tali presupposti e ancora potrebbe trarne oggi nella linea di un programma politico realmente condiviso, armonioso e sostanziato di contenuti.
È salutare la lettura di un libro che indaga il carteggio di due intellettuali diversi per età e provenienza, convergenti sull’approfondimento di nodi cruciali per la generazione delle idee, per la formazione dell’idea stessa di Europa, per la fiducia nel popolo come soggetto. È segno che il loro dibattito ci riguarda, può servire a rispolverare una memoria collettiva messa a tacere o non debitamente valorizzata come patrimonio comune. Potremmo anche dire che entrambi, pur con le loro diversità, sono stati profeti di un processo di emancipazione popolare, ad oggi niente affatto compiuto. Una fiducia radicata nella ragione umana di stampo illuministico si coniuga con il romanticismo associato al protagonismo del popolo, alla sua possibilità di esprimere una voce in grado di andare anche oltre il sensibile. A questi temi troviamo collegato il sacro, la questione della verità, la difficoltà di accettare i confini dell’ermeneutica teologica ufficiale. Cavalcando lo spirito dei tempi, anche il concetto di autorità è rimesso in discussione come in campo politico così pure per la gerarchia ecclesiastica. Al di là di tutto, però, in entrambi Dio e popolo sono in sintonia, uniti verso un esito finale positivo per l’umanità. All’interno di una concezione comunitaria sta sia sul fronte politico che su quello dell’organizzazione religiosa qualunque forma di profonda demarcazione, qualunque concessione all’idea rigida di categoria, se non di casta, è additata come male e come allontanamento dal progetto ideale che, invece, riscatta da ogni ristrettezza, e proietta in un’emancipazione di insieme. Anche la libertà di coscienza è coordinata a questo medesimo fine.
Oggigiorno le temperie culturali dominanti ci hanno abituati alla sfiducia, spesso anche nel soggetto comunitario del popolo, ci hanno abituati spesso alla distanza rispetto alle rappresentanze, in campo politico e in campo religioso. Recuperare alcune motivazioni figlie dell’interpretazione dei due Nostri, potrebbe servire a considerare argomentazioni archiviate troppo presto, a collocarle nella giusta prospettiva storica, riconsiderando un concetto antico ma sempre nuovo di libertà non semplicemente legata all’individuo ma nel più ampio respiro del sentimento collettivo dell’umanità.

Ada Prisco

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