LA SCOMPARSA DEL METODISMO IN ITALIA

In viaggio in un capoluogo importante dell’Italia centro-settentrionale, entro dentro una chiesa metodista, una domenica al di fuori di qualunque tempo liturgico “forte”. Mi aspetto una devozione sobria e gioiosa come nelle chiese metodiste che ho visitato a Malta, in Inghilterra e in altri paesi oppure un culto etnico nel caso mi imbatta in una comunità africana od orientale. Niente di tutto questo, purtroppo. Poche sparute persone (le più giovani hanno almeno sessant’anni), prevalentemente donne (e vedove, come apprenderò più tardi), una coppia africana con un neonato e tanto spazio libero e polveroso. Il culto è guidato da un predicatore laico sulla settantina che fa del suo meglio per animare musicalmente la liturgia (usando come base l’innario del 1969 e in qualche misura quello del 1922) con una tastiera e con un’assemblea che segue e partecipa stancamente al canto e al culto stesso. Un sermone molto edificante di pochi minuti su un brano del profeta Isaia, alcuni sparuti annunci su persone anziane e malate della comunità e siamo finalmente alla fine. Non mi sento affatto granché edificato da questa scarsa ora trascorsa con questi fratelli e queste sorelle e cerco di parlare con qualcuno. Intercetto una coppia anziana sull’ottantina che si apre molto. Gli domando se questa sia la liturgia metodista originale e loro mi rispondono candidamente: «Certo che no, sono liturgie preconfezionate che mandano ai predicatori e ai pastori e che sono state modellate su quelle valdesi e riformate, non su quelle metodiste. Avevamo proposto di tradurre quelle in inglese e anche di provare inni metodisti nuovi tradotti dall’inglese ma non ci sono soldi e ci hanno detto di usare gli innari e le liturgie che ci sono. A noi non piace l’innario del 2000 e quindi usiamo quelli più vecchi ma se ci fosse qualcosa di veramente metodista anche di nuovo ci proveremmo.» Ma non è che siete solo dei nostalgici, di prima del Patto d’integrazione con i valdesi? «Guardi – mi risponde la moglie – io votai per l’unione con i valdesi ma dopo tanti anni devo dire che è stato un fallimento, siamo sempre di meno e abbiamo perso la nostra identità. Non attiriamo i giovani non per qualche vecchio inno ma perché siamo costretti a fare quello che non sentiamo più nel cuore.»

Profondamente rattristato da queste testimonianze e dal culto a cui ho appena assistito (nel pomeriggio vado in una Chiesa episcopale americana e nonostante il mio evangelismo duro e puro, già mi sento meglio) comincio a riflettere. La tradizione valdese è gloriosa ed antica ma non è affatto la stessa cosa rispetto al metodismo sia per liturgia che per teologia (i metodisti sono arminiani, così il mio pastore a Firenze mi ha spiegato, e quindi a differenza dei valdesi pensano che la Grazia si possa rifiutare, tanto per fare un esempio). È giusto assorbire a tal punto una minoranza di questo tipo (che nel mondo però vanta decine di milioni di fedeli) da non saper più riconoscere la differenza tra una comunità metodista e una valdese?

E’ stato un bene che i metodisti si siano federati ai valdesi nel nostro paese? Per rispondere a questa domanda ho guardato un po’ di storia e di statistiche.

Il metodismo in Italia approdò in modo stabile solo nel 1861, con l’arrivo dall’Inghilterra del pastore Henry James Piggott (1831-1917) e nel 1873 del pastore Vernon. I due rami del metodismo, quello inglese (chiese “wesleyane”) e quello americano (chiesa “episcopali”), si unirono nel 1946 fondando la Chiesa evangelica metodista d’Italia (CEMI). Nel 1975 la chiesa metodista si è integrata con la Chiesa valdese, sottoscrivendo una dottrina comune e costituendo l’OPCEMI (Opera della Chiesa Evangelica Metodista d’Italia) eletto ogni anno dal Sinodo valdese e metodista che è a sua volta in comune. L’OPCEMI ha la funzione non solo di “sindacato” del campo di lavoro pastorale delle sue comunità rispetto alle più numerose comunità valdesi, ma anche di amministrare il cospicuo patrimonio immobiliare, nettamente superiore a quello valdese: una sorta di “matrimonio in separazione dei beni”. «Peraltro l’OPCEMI in passato ha venduto beni (si pensi all’appartamento pastorale della comunità metodista di Vicenza) in maniera discutibile e poco trasparente – mi conferma la coppia con cui parlavo – dovendo poi, come nel caso vicentino, pagare un affitto per l’abitazione pastorale quando si è svenduto quello di proprietà.» Attualmente la Presidente dell’OPCEMI è la pastora Mirella Manocchio, precedentemente giornalista e pastora della Chiesa metodista di Parma.

In passato il metodismo, molto legato nel nostro paese – almeno fino all’epoca fascista – alla massoneria, ha espresso personalità del calibro di Lucio Schirò (pastore, politico e giornalista socialista) e lo storico Giorgio Spini. Prima del Patto d’Integrazione del 1975 si potevano contare una quarantina di comunità con circa 5-6mila fedeli in grande prevalenza italiani con qualche membro anglofono (inglese o statunitense).

Vediamo ora la situazione attuale con i dati ufficiali della Tavola Valdese e del Comitato Permanente dell’OPCEMI nella “Relazione al Sinodo 2013” (ultimi dati ufficiali a noi disponibili):

– Nessun membro di Chiesa metodista nel I° Distretto (Valli Valdesi)

– 1.366 membri nel II° distretto (Nord Italia) di cui 702 contribuenti e 811 frequentanti;

– 537 membri nel III° Distretto (Centro Italia da La Spezia a Vasto) di cui 244 contribuenti e 245 frequentanti;

– 325 membri nel IV° Distretto (Sud ed Isole) di cui 139 contribuenti e 175 frequentanti.

Per un totale di 2.228 membri (ovvero meno della metà di quelli censiti nel 1975 al momento del Patto d’Integrazione) di cui 1.085 contribuenti e 1.231 frequentanti su un totale di 18.344 valdo-metodisti (i valdesi elettori e contribuenti sono 5.695). Nella componente metodista enunciata possiamo stimare per l’80% circa i membri di origine africana e asiatica (soprattutto ghanesi, filippini e coreani).

Questi dati, ad un riscontro oggettivo e soggettivo, sono suscettibili di una riconsiderazione, in genere in difetto. Faccio solo un esempio abbastanza emblematico: la storica comunità metodista di Firenze in Via de’ Benci nel 2013 ha dichiarato 40 membri di chiesa ufficiali, 15 contribuenti e una frequenza al culto di 22 persone. Facendo riferimento alla mia esperienza personale e a quella di numerosi fratelli e sorelle sia metodisti che di altre confessioni che hanno frequentato questa comunità, non si è mai superato il numero di dieci persone al culto con un media di circa 5/6 persone (in pratica solo il Consiglio di Chiesa). Questa comunità ha in dotazione un palazzo molto interessante non solo dal punto di vista architettonico ma anche economico (situato a pochi passi dalla Basilica di Santa Croce) e probabilmente – secondo voci di corridoio – sarà nei prossimi anni venduto dall’OPCEMI per fare cassa. La comunità metodista di Firenze nel frattempo è stata privata di un pastore e ha visto chiudere (tranne rare occasioni a uso dei valdesi) il proprio luogo di culto sentendosi dire dai propri dirigenti di unirsi per il culto e anche formalmente alla Chiesa valdese fiorentina di Via Micheli. Una sorella metodista fiorentina con cui ho parlato recentemente e che ha anche ricoperto cariche all’interno della comunità mi conferma che «non se ne parla proprio: siamo rimasti pochissimi anche a colpa della Tavola Valdese e dell’OPCEMI e se mi devo far assorbire dai valdesi preferisco frequentare una chiesa evangelicale. Ma non è escluso che non venga a dare un’occhiata anche voi (della Chiesa Protestante Unita, ndr) anche se forse siete un po’ troppo luterani come impostazione. Ad ogni modo si sono veramente comportati male con noi a Firenze, hanno preso decisioni importanti infischiandosene dei fedeli, della salute spirituale delle persone e guardando solo ai loro bilanci.»

Per quanto riguarda le statistiche dei frequentanti bisogna far notare che possono essere anche persone di passaggio e persone che hanno frequentato per un periodo indirizzandosi poi altrove. Le statistiche dei frequentanti non sono molto affidabili visti i numeri alterati di comunità come quelle di Firenze e di Terni, dovute anche alla volontà positiva dei consigli di chiesa di farsi mandare o di conservare un pastore nonostante i desolanti numeri. A Firenze non ci sono riusciti, a Terni (per il momento) hanno avuto più successo anche se, come c’era da aspettarsi, non hanno voluto rilasciare commenti per questo articolo. I numeri più ampli possono essere rappresentativi delle comunità etniche o a grande prevalenza etnica ma non non di quelle con membri italiani.

Da tutto questo si evincono, a mio parere, due fatti: l’identità metodista italiana è scomparsa del tutto, dispersa nell’evangelicalismo od assorbita dal valdismo e ciò che sopravvive (con numeri veramente minimi se non desolanti) è un metodismo variegato e tendenzialmente evangelicale nelle forme e nella teologia portato avanti da vari gruppi di prima e seconda immigrazione.

Credo che alla mia domanda questi dati diano una risposta abbastanza univoca: l’accorpamento valdo-metodista non ha giovato a nessuna delle due componenti, non ha creato una Chiesa veramente plurale e ha sciolto completamente la componente storica e culturale del metodismo italiano che pure tanto, nei piccoli numeri, aveva dato nel Risorgimento, nell’Italia liberale e nella Resistenza al nazifascismo. «Un esempio di come non si deve intendere l’ecumenismo e le integrazioni tra diverse confessioni» ribadisce la sorella fiorentina. Ed è, a mio avviso, un vero impoverimento del protestantesimo italiano.

Alessandro Naclerio

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