RIFORMA ED ECUMENISMO: COSA CAMBIA NELLE CHIESE?

Il 18 agosto scorso, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquecentenario della Riforma protestante ha avuto luogo a Camaldoli un interessante convegno a cui hanno partecipato due teologi di grande spessore: Paolo Ricca, protestante e valdese, e Andrea Grillo, cattolico, che hanno discusso su cosa distingue, o accomuna, oggi, la Riforma protestante e la riforma avviata da Papa Francesco in ambito cattolico.
Secondo il teologo Paolo Ricca hanno in comune la creazione di cose nuove, mai esistite prima. La Riforma protestante, totalmente in linea con la chiesa antica sotto il profilo della fede, ha creato proprie confessioni di fede per specificarne i punti più qualificanti, ha creato un nuovo modo di credere e un nuovo modo di vivere la fede. Ad esempio la Confessione di Augusta (1530), scritta dal riformatore Melantone, ha creato un nuovo modo di essere chiesa sia rispetto alla società che rispetto al rapporto con Dio.
Anche Papa Francesco crea il nuovo, in particolare un nuovo modo di essere papa, diverso da tutti i papi del passato, diverso anche dal modo di essere papi di Giovanni XXIII e Paolo VI, che pure furono fortemente innovatori, in particolare il primo, con la convocazione e l’attuazione del Concilio Vaticano II.
La diversità sta invece, sempre seguendo il ragionamento del teologo Ricca, nel fatto che la Riforma protestante fu riforma dottrinale, cioè un riflessione profonda e coinvolgente, un ripensamento totale sulla fede cristiana, sul suo contenuto, sul significato dell’Evangelo. I Riformatori si posero la domanda: cosa significa essere cristiano? E risposero a questa questione vitale, senza fondamentalismi o settarismi, focalizzando l’attenzione sulla responsabilità individuale nel nostro agire nel mondo. Perciò riformularono il cristianesimo alla luce delle scritture su alcuni fondamenti quali, ad esempio, la religione come Parola di Dio (Gesù è Parola, i sacramenti vivono sulla Parola), il cristianesimo come libertà e non più come obbedienza a disposizioni umane (il cristiano è libero perché vive in Dio per la fede e nel prossimo per amore), la superiorità della coscienza rispetto all’istituzione (Lutero alla Dieta di Worms dichiarò di essere prigioniero della Parola di Dio e perciò libero nella sua coscienza rispetto all’istituzione. E vale qui ricordare Don Milani e il suo “L’obbedienza non è più una virtù”). Da questi principi è derivato un grande cambiamento nella società, a cominciare dalla santificazione del lavoro, e del lavoro manuale, il programma benedettino Ora et Labora attuato al di fuori del monastero, un programma che i padri costituenti inserirono nella nostra Costituzione (l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro) e che è stata ripresa anche dal Movimento Operaio e fa parte dei principi ispiratori della Rivoluzione d’Ottobre (1917).
La riforma di Papa Francesco al contrario non si pone alcuna questione dottrinale, sulla dottrina non interviene, mentre modifica, come si è detto, il modo di essere papa, il modo di porsi di fronte ai fratelli e alle sorelle, ma non incide sui contenuti della fede. Paolo Ricca conclude dicendo che mentre la Riforma protestante fu una immersione totale nelle Sacre Scritture, la riforma di Papa Francesco continua ad annunciare e predicare un Dio diverso da quello delle Scritture.
Un’analisi di fatto condivisa dal teologo cattolico Grillo che, sulla premessa che il cattolicesimo contemporaneo ha iniziato a fare i conti con la Riforma protestante, afferma che nel diverso approccio al cristianesimo della Riforma vi è compatibilità con la figura papale, il Papa ha parlato di cose classiche dette in modo nuovo, nelle quali Francesco porta la sua eccentricità di sudamericano. Secondo Grillo, l’attuale pontefice traduce la tradizione in un linguaggio nuovo e, ripartendo dal Concilio Vaticano II, in contrasto con la pratica ecclesiale, rivede il rapporto fra autorità e libertà così come formulato nel codice di Diritto Canonico, finora considerato l’unica forma di rapporto possibile. Francesco ha, secondo Grillo, il merito di mostrare ai fedeli alcune grandi contraddizioni, come per esempio che il modello di famiglia cristiana felice di cento anni fa è una frottola e che non se ne può avere nostalgia, dal momento che non è mai esistita e oggi, più che mai, esistono invece molti modelli di famiglia; parla apertamente della pedofilia come di un problema di autorità della Chiesa che, così com’è, è una struttura di potere che ha generato mostri dando supporto moralistico ad una società chiusa.
Di fronte a queste affermazioni, per certi versi “rivoluzionarie”, viene spontaneo porsi alcune domande. La prima è: cosa nella sostanza sta riformando Papa Francesco?
Nella Chiesa Cattolica Romana nulla cambia se non passa attraverso la riforma della dottrina, cristallizzata in scritti e documenti, in particolare, oltre a quelli papali e conciliari, quelli provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, organismo preposto alla supervisione del rispetto della vera dottrina. In una Chiesa come quella di Roma, fortemente istituzionalizzata e formale, nulla cambia se non attraverso i documenti ufficiali. Ad oggi il pontificato di Papa Francesco non ha prodotto nessun documento ufficiale di questo tipo. Dobbiamo prendere nota di alcune encicliche, la più innovativa delle quali ci pare essere quella sul rapporto con l’ambiente, “Laudato Sì”, di chiara ispirazione francescana, che finalmente parla degli altri animali come soggetti e non più come oggetti, e della nostra responsabilità verso l’ambiente (che peraltro è essenziale considerare in funzione della nostra stessa sopravvivenza). Un grande merito di questa enciclica è stato quello di sottolineare la necessità di cambiare il nostro modello di sviluppo, senza peraltro approfondire fino a dire con chiarezza che il modello capitalista è contrario al cristianesimo. Ma forse sarebbe stato pretendere troppo da un papa della Chiesa Romana. Una enciclica comunque molto indietro rispetto ai tempi e alle elaborazioni laiche del tema ambientale, sul quale ci sembra che il Vaticano vada, almeno per ora, “a rimorchio”.
Su altri temi religiosi di fatto nulla è cambiato. Dall’autoreferenzialità dei dogmi mariani (il culto mariano era definito “satanico” dai Riformatori, oggi può tranquillamente essere definito pagano dal momento che la Scrittura in nessuna sua parte lo autorizza) allo scottante tema delle indulgenze, che già cinquecento anni fa mosse le dure critiche di mercimonio di Lutero, e che sono state recentemente riproposte per il Giubileo del 2000 (e in parte quello ultimo “della misericordia”). Può darsi che si tratti di temi marginali in Europa, ma certo non marginali in altre parti del mondo.
In sostanza Papa Francesco parla solo di etica, un tema certamente importante, ma che dipende dalla sensibilità pastorale del Pontefice, e nulla innova nella dottrina. Se cambia la sensibilità pastorale del Papa, tutto può tornare indietro.
La seconda domanda che viene da porsi, importante per capire come si struttura il concetto di ecumenismo, è: in che senso il cattolicesimo romano sta facendo i conti con la Riforma Protestante, e in che senso la Riforma è compatibile con la figura del papa?
Abbiamo visto la visita di Papa Francesco alla comunità valdese di Torino, la sua visita alla Chiesa luterana di Svezia, abbiamo ascoltato i discorsi pronunciati in quelle occasioni. Discorsi spesso prudenti, qualche volta addirittura entusiasti, specie da parte protestante. Non condividiamo né la prudenza, né l’entusiasmo. Non la prudenza, che prudenza di fatto non è: si evita forse di parlare con chiarezza per non compromettere il processo ecumenico? Ma l’ecumenismo, o si fonda su chiarezza e rispetto reciproci o non significa nulla. Non entusiasmo, assolutamente fuori luogo, dal momento che non ci pare che la Chiesa Cattolica Romana sia disposta a rinunciare alla sua affermazione di essere l’unica vera chiesa. In sostanza ci pare che il processo ecumenico, almeno per ora, vada in una sola direzione, quella della affermazione di supremazia della chiesa di Roma.
La terza domanda riguarda casa nostra ed è la più seria di tutte: cosa è rimasto nelle chiese protestanti della grande Riforma cinquecentesca? E’ davvero sempre valido il motto “ecclesia reformata semper reformanda”?
Dopo l’unità d’Italia vi fu un certo grado di libertà religiosa, le confessioni protestanti guardavano all’Italia come ad un nuovo centro con possibilità di sviluppo del protestantesimo, ma le chiese protestanti storiche in Italia non sono state in grado di essere minoranza con un qualche peso a livello sociale, politico e religioso. Di fatto sono chiese che, dopo aver esaurito il tesoro di valori ed energia accumulati nel periodo delle persecuzioni senza essere state capaci di rinnovarsi, sono ridotte oggi a un ruolo di subordine sia rispetto alla Chiesa Cattolica Romana, che non ha mai smesso di essere in posizione primaria, sia rispetto alle nuove realtà delle chiese cosiddette evangelicali, molto conservatrici sotto il profilo dell’etica, ma estremamente vitali per entusiasmo religioso, capacità di attrarre le giovani generazioni, capacità di fare proselitismo attraverso la predicazione. Basta andare in una qualsiasi chiesa protestante storica, in qualsiasi parte d’Italia: le comunità evangeliche italiane che frequentano la chiesa sono ridotte al massimo a poche decine di persone, generalmente anziane o molto anziane, mentre le comunità più vivaci sono spesso costituite da stranieri, siano essi coreani, filippini, o africani.
Bisogna quindi chiedersi: in cosa abbiamo sbagliato?
Al convegno da cui sono partita per questa analisi, i protestanti erano pochissimi, al massimo tre o quattro, mentre i cattolici erano così numerosi che, nonostante la sala principale potesse accogliere almeno 150 persone, era stata allestita una sala contigua con un maxischermo e altoparlanti, sala che accoglieva comunque almeno un’altra sessantina di persone. Nonostante la data e il luogo del convegno non fossero agevoli (Camaldoli appunto), e non favorissero la partecipazione, uno sforzo in più poteva essere fatto, visto anche l’alto livello dei relatori e l’interesse dell’argomento.
La mancanza di partecipazione non tanto di pastori e predicatori, ma soprattutto del popolo protestante a queste iniziative è un primo limite.
Il secondo potrebbe essere un certo appiattimento sulla chiesa di Roma, a cominciare dalle Intese con lo Stato italiano, i cui meriti sono peraltro indiscutibili, ma che a distanza di oltre trent’anni dalla prima, quella valdo-metodista, dovrebbero essere riviste radicalmente in un senso più vicino alle reali esigenze delle varie chiese evangeliche e meno “fotocopie” l’una dell’altra e della struttura concordataria.
Infine, ma non ultimo argomento, anzi semmai al primo posto, c’è la lenta ma chiarissima trasformazione delle chiese protestanti da chiese sinodali o congregazionaliste in chiese di vertice, i cui gli organismi che dovrebbero attuare le direttive sinodali e i sinodi stessi sono divenuti centri di potere autonomo, in cui si sviluppano limiti e difetti propri di certe strutture (dal familismo alla deviazione dagli obiettivi propriamente ecclesiali ed evangelici), e che sono aggravati dal fatto che alcune di loro partecipano alla ripartizione, a nostro avviso incostituzionale, dell’otto per mille, e gestiscono fondi provenienti dalla società civile, molto più alti sia dei contributi dei membri di chiesa, sempre in diminuzione, sia del numero totale dei fedeli. Il più grave di questi limiti è stato la trasformazione del servizio pastorale in un lavoro che, se da un lato ha garantito al pastore e alla sua famiglia una retribuzione sicura, un trattamento pensionistico e condizioni di lavoro simili a quelle di qualsiasi altro lavoratore (con ferie, giorno di riposo settimanale, mentre in passato il pastore viveva di una modesta retribuzione e dei contribuiti della comunità) dall’altro ha disincentivato l’opera di evangelizzazione e favorito il tran-tran quotidiano. Senza contare che anche nel linguaggio sono rispuntate fuori parole come “tradizione”, che dovrebbe far sobbalzare ogni protestante. Il quadro è desolante e certo non quello che intendevano i riformatori con la frase sulla perenne riforma della chiesa.
La domanda, che in questo momento rimane senza alcun abbozzo di risposta, è: quali contenuti ha oggi il concetto di Riforma per i protestanti? Credo che siano assolutamente necessari una profonda autocritica, una revisione dei rapporti all’interno delle chiese, un ripensamento su cosa ciascuna chiesa vuole essere e su come vuole riportare la Parola fra la gente e quindi ritornare al suo principale compito che è quello di diffondere la Parola di Dio: non amministrare beni diaconali; non fare progetti di aiuto; non cercare di tenere i conti in pari; non risparmiare sul numero dei pastori; non insegnare la teologia, ma predicare la Parola di Dio, che è quello che Gesù ci ha chiesto, come Chiesa Corpo di Cristo e Comunità dei credenti. Il resto va fatto, ma è “solo” testimonianza della fede.
Non siamo quindi in condizioni migliori della Chiesa di Roma, che tanto (e giustamente) critichiamo.
Oggi, e su queste basi, c’è da porsi il problema di quale ecumenismo possiamo costruire. Certo non possiamo cedere ad un appiattimento sulle posizioni cattoliche romane che, come già detto, non intendono accettare passi indietro su molti punti, a cominciare dal primato papale. Se non è possibile costruire un ecumenismo su base teologica, ecclesiologica o dogmatica, non resta che la collaborazione nelle opere. Ma non chiamiamola ecumenismo.

Marta Torcini

1 Commento

  1. Io sono ancora più critico e funesto. Credo che l’ecumenismo fra cattolici romani, ortodossi,copti e evangelici storici ci sia già. ….Aver seppellito la Riforma e Lutero e questo vale anche per le ADI. Per paradosso, rispetto a chi ho citato prima, i Testimoni di Geova sono un qualcosa di più attinente alle idee di chiesa di Lutero….per paradosso. Cattolici romani, ADI, Valdesi, Luterani statali,Ortodossi, Copti,Calvinisti, Anglicani ecc…sono religioni non conformi e quindi non Fedi. …i loro dei risiedono in Atene nell’Areopago…Il Dio in cui hanno fede i miei fratelli ed io è il “il Dio sconosciuto ” che risiede in cielo ma che non ci sta mai perché è sempre accanto a noi e ci sostiene e CI AMA. Il nostro Dio è semplice e naturale un dio di amore.

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