ELEZIONI SICILIA: TUTTO CAMBIA, PURCHÉ NON CAMBI NULLA

Il 5 novembre si sono svolte le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana e, contestualmente, la scelta del nuovo Governatore della Sicilia.
Guardando ai risultati elettorali emerge, con nettezza, il profondo disincanto dell’elettorato siciliano verso l’intera classe politica, considerata una delle principali cause della drammatica situazione economica e sociale che si vive nell’Isola.
Si pensi ad esempio al tasso di disoccupazione giovanile siciliano, che si aggira intorno al 60%, ben al di sopra, della già elevata, percentuale nazionale.
In questo clima e con una partecipazione al voto inferiore al 50% degli aventi diritto, vince l’alleanza delle destre guidata, in quest’occasione, da Nello Musumeci, un “fascista per bene”.
Vince il vecchio blocco di potere del centrodestra, formato da democristiani, ex socialisti, fascio leghisti, autonomisti a la carte, che tanti, troppi danni hanno prodotto nella gestione delle politiche pubbliche.
Ha prevalso l’atavica logica spartitoria, trasformistica e clientelare, spesso osmotica rispetto agli enormi interessi della criminalità organizzata.
Si pensi ai cosiddetti candidati impresentabili, di cui sono state farcite le liste della coalizione di destra: la logica è molto chiara, rastrellare consensi senza mai approfondire la provenienza di certe frequentazioni e dimenticando qualsiasi sana aspirazione ad un’etica pubblica che sostanzi processi di partecipazione della cittadinanza attiva.
Ottengono una buona affermazione i 5 stelle, con il candidato a governatore Giancarlo Cancelleri, che si avvale del voto disgiunto degli elettori di sinistra.
Tuttavia, il corposo risultato della compagine grillina non è sufficiente per la vittoria. Questo dovrebbe far riflettere la dirigenza di quel movimento sulla necessità di allargare gli orizzonti e di ipotizzare possibili alleanze elettorali con soggetti politici e civici compatibili con le battaglie per la legalità e il bene comune.
Si registra il tracollo della coalizione costruita dal Partito Democratico e guidata dal candidato governatore, Fabrizio Micari.
Il profilo civico del candidato, rettore dell’Università di Palermo, non è bastato a far dimenticare i disastri compiuti dalla precedente Giunta regionale guidata da Rosario Crocetta. Una giunta che scontava l’assenza di una maggioranza numerica all’Ars e ha dimostrato nel corso dei cinque anni, confusione e approssimazione politica e amministrativa. Si pensi al numero record di assessori nominati: 59!!
Il Pd, dopo aver sparato a pallettoni, per almeno due anni, contro la giunta di centrosinistra, senza mai far dimettere i propri assessori, aveva richiesto a gran voce discontinuità. Risultato: i candidati del Megafono, movimento locale guidato dal governatore uscente, nella stessa lista dei candidati di Orlando, politicamente avversario di Crocetta. Inoltre si è pensato bene di costruire una coalizione che escludesse la sinistra e includesse gli uomini di Alfano e di Castiglione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Micari si è fermato ben al di sotto del 20% dei consensi, la lista centrista non ha neanche raggiunto lo sbarramento del 5% e il Pd ha racimolato solo il 13% dei consensi.
Unica nota positiva, nel campo progressista, è il ritorno all’Ars, dopo 11 anni, delle forze che si richiamano direttamente alla tradizione e ai valori della sinistra.
Il candidato presidente Claudio Fava ha ottenuto il 6% nei consensi, appellandosi al voto libero e non condizionato, la lista “Cento passi per la Sicilia”, pur non avendo impresentabili nelle liste e non godendo di voto clientelare e mafioso, ha superato, la soglia di sbarramento.
In conclusione, nonostante l’alto astensionismo, torna a guidare la Regione il solito blocco di potere, le medesime dinamiche politiche trasformiste degli anni scorsi e si conferma un deciso e preoccupante spostamento a destra dell’elettorato e dell’opinione pubblica.
Si spera che, almeno per questa volta, la Sicilia non venga considerata un laboratorio politico nazionale.

Paolo D’Aleo

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