ECUMENISMO, FARSA O REALTÀ

Sento spesso ripetere che le attività nel sociale, svolte insieme da più chiese, sarebbe vero ecumenismo. Questa frase fa sorgere il dubbio che il concetto di ecumenismo non sia molto chiaro.
In primo luogo è perciò necessario spiegare che “ecumenismo” è l’attività delle chiese volta alla loro riunificazione, superando scismi e reciproche scomuniche, nel tentativo di arrivare ad una unica chiesa cristiana (obiettivo massimo), o almeno ad un riconoscimento reciproco nel rispetto delle diversità (obiettivo minimo). Il punto di partenza è la comune fede nella Trinità, nel Padre, nel Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo, così come cristallizzata dalla Confessione di fede Niceno-Costantinopolitana. Nulla a che vedere quindi con le attività sociali e assistenziali svolte insieme da più chiese, che invece sono attività diaconali.
Già da questa sommaria definizione è facile comprendere perché spesso troviamo insieme a lavorare per i più deboli persone appartenenti a differenti denominazioni cristiane (episcopali con vetero cattolici, cattolici con riformati o luterani ecc.), mentre molto difficilmente troviamo situazioni in cui pastori e sacerdoti delle varie denominazioni sono coinvolti insieme in attività di evangelizzazione o di culto. E’ sicuramente molto più facile svolgere insieme attività diaconali, che sono impegno di tutte le chiese cristiane (e non solo delle chiese cristiane) piuttosto che trovare un qualche accordo sulla dottrina.
“In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas” (unità nelle cose indispensabili, nel dubbio libertà, in tutto carità). Questa celebre frase di S. Agostino potrebbe essere presa quale guida del faticoso percorso ecumenico delle Chiese cristiane. Purtroppo non è così.
Nonostante oltre un secolo di lavoro (l’attività ecumenica vera e propria viene convenzionalmente fatta risalire al 1910, in ambito protestante: durante la Conferenza mondiale delle società missionarie protestanti e anglicane dell’area anglo-americana e del Commonwealth a Edimburgo, le giovani Chiese avanzarono la richiesta ai missionari di predicare il Vangelo e non le divisioni tra le grandi confessioni storiche), e la creazione di numerosi organismi inter-denominazionali finalizzati al raggiungimento dell’ecumenismo (Consiglio missionario internazionale, il movimento Fede e costituzione, il movimento Vita e azione, detto anche Cristianesimo pratico, che nel 1948 si fusero nel Consiglio ecumenico delle chiese, organismo che ha sede a Ginevra e, nel 1957 la creazione del CWC – Christian World Communions) l’unico punto di arrivo vero e proprio, che non comporta più particolari problemi, è il battesimo. Superati i contrasti fra pedobattisti (coloro che sostengono l’opportunità del battesimo dei bambini) e sostenitori del battesimo degli adulti, ormai tutte le denominazioni cristiane sono concordi nel riconoscere il battesimo amministrato da ognuna delle altre.
I punti dolenti sono invece l’amministrazione dell’Eucaristia e soprattutto la successione apostolica. Com’è noto, la Chiesa Cattolica Romana sostiene la legittimità del Papa come unico capo della cristianità sulla base del versetto del Vangelo di Matteo 16,18: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…”. Separando questo versetto dal suo contesto nel racconto evangelico, la Chiesa di Roma ha costruito una tradizione secondo cui i Papi sarebbero successori di Pietro e quindi legittimati da Cristo stesso a guidare la cristianità. La conseguenza è che non viene riconosciuto alcun ministro di culto la cui chiesa non faccia riferimento alla successione apostolica. Naturalmente se un ministro di culto non è riconosciuto come tale, neppure l’Eucaristia da lui amministrata può essere riconosciuta valida, trattandosi un sacramento che, secondo la Chiesa Cattolica Romana può essere amministrato solo da un sacerdote consacrato secondo la successione apostolica. Da qui l’impossibilità per i cattolici di partecipare alla Santa Cena e per i protestanti, per rispetto, di partecipare all’Eucaristia cattolica.
Questa situazione non è cambiata nella sostanza neppure dopo il Concilio Vaticano II che nulla ha innovato sul punto e che, va precisato, non è stato un concilio ecumenico. Infatti vi parteciparono soltanto esponenti della Chiesa di Roma, mentre alcune altre denominazioni vi parteciparono soltanto come osservatori.
Questa della successione apostolica è una affermazione che ha di fatto messo in stallo qualsiasi processo ecumenico fra la Chiesa di Roma e le chiese protestanti storiche le quali non possono, senza abdicare al fondamentale principio del “sola Scriptura”, accettare la supremazia del Papa: ciò che non è nelle scritture non può essere accolto, mentre la tradizione, a cui il Vaticano II ha riconosciuto un valore analogo a quello della Scrittura, non ha alcun rilievo per i protestanti.
Il processo ecumenico tuttavia è in stallo anche fra le chiese protestanti, e questo è molto meno comprensibile. Infatti a dividere le chiese protestanti non sono principi fondamentali, dal momento che tutte quelle che aderiscono alla confessione di Augusta e accettano il Credo Niceno- Costantinopolitano (cioè tutte le chiese protestanti storiche, così chiamate per distinguerle da quelle avventiste e pentacostali), condividono gli stessi principi dottrinali. Almeno per queste chiese dovrebbe valere il motto di Agostino d’Ippona sopracitato. Se non è così bisogna allora chiedersi cosa le divide.
Siamo convinti che ad impedire una riunificazione delle chiese protestanti, o almeno un reciproco riconoscimento nel rispetto delle diversità (anche di etica e cultura), siano soltanto questioni prettamente umane, che non hanno nulla a che vedere con la retta dottrina e la retta amministrazione dei sacramenti. Altrimenti non si capirebbe il raggiungimento di accordi parziali tra singole chiese o gruppi di chiese, come per esempio la Concordia di Leuenberg, documento nel quale le Chiese europee Riformate e Luterane constatano una comune comprensione dell’Evangelo, una comune Cristologia, il superamento della doppia predestinazione calvinista, riconoscono la comunione nella predicazione e nei sacramenti, incluso il riconoscimento reciproco della consacrazione pastorale e la possibilità dell’intercomunione.
La Concordia di Leuenberg di fatto potrebbe essere un documento aperto alla sottoscrizione da parte di tutte le denominazioni protestanti che ne condividono i contenuti, realizzando così una più piena unità. Ne sono invece escluse molte chiese che, pur condividendo gli stessi principi dottrinali, mantengono una propria autonomia organizzativa ed ecclesiale.
Al di là delle dichiarazioni formali, nelle quali ci si spertica a dichiarare piena fiducia che il processo ecumenico condurrà ad ulteriori importanti risultati, in realtà non si vede come possa essere superata la successione apostolica nei rapporti con la Chiesa di Roma, dal momento che l’abbandono di tale principio dottrinale comporterebbe una sostanziale perdita di potere della Chiesa Cattolica Romana. Né si vede come anche le chiese protestanti possano raggiungere una vera unità se non sono disposte ad abbandonare certi convincimenti, di origine culturale e non teologica e dottrinale, che sostengono i loro atteggiamenti di chiusura.

Marta Torcini

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