L’IMBARAZZO DELLA SCELTA

Il 28 dicembre del 2017 il presidente della repubblica italiana ha sciolto le camere e ha indetto nuove elezioni legislative per il 4 marzo. Se dobbiamo basarci sui risultati delle recenti elezioni amministrative e sui sondaggi, il Partito democratico (Pd), attualmente al governo con alcuni piccoli partiti di centro, è destinato a subire una sconfitta storica.
Ma cosa verrà dopo il centrosinistra? La stampa internazionale si è concentrata sul Movimento 5 Stelle (M5S), una formazione populista nata dopo la crisi economica. I cinquestelle sono in testa ai sondaggi ma difficilmente riusciranno a formare una coalizione per governare. Più probabile è il ritorno alla ribalta di Silvio Berlusconi, che con Forza Italia guida il recupero del centrodestra. E poi c’è la drammatica possibilità di un parlamento paralizzato, senza una maggioranza chiara.
L’Italia sta per mandare di nuovo in crisi l’eurozona? Dopo anni di stagnazione economica e di forte disoccupazione giovanile, quali sono i segnali di speranza? L’ultima volta che un politico italiano ha guidato il suo partito alla vittoria per poi diventare presidente del consiglio è stata nel 2008. Quel politico era Silvio Berlusconi e dopo la sua caduta, nel 2011, ci sono stati governi guidati da tecnici non eletti o sostenuti da coalizioni ibride che hanno messo insieme forze di centrosinistra e di centrodestra. La crisi economica ha fatto aumentare ulteriormente la frammentazione del sistema dei partiti in Italia, che va avanti inesorabile dalla fine della guerra fredda. Sulla scia di questa tendenza, in vista delle elezioni del 4 marzo continuano ad emergere nuovi partiti e alleanze. Anche il partito che è da più anni in parlamento – la Lega Nord, fondata nel 1991 – ne è un buon esempio: alla fine del 2017 ha modificato il suo simbolo e ha deciso di chiamarsi semplicemente Lega. Guidato da Matteo Salvini, che un tempo invocava la secessione del ricco nord dal resto del paese, la Lega oggi è un movimento di estrema destra che cerca di espandersi al sud e di creare una forza politica simile al Front national in Francia in grado di competere con il centrodestra. Nei sondaggi è appena indietro a Forza Italia, il partito che è al tempo stesso suo rivale e alleato.

Alleanza difficile
Con il 37 per cento in entrambe le camere attribuiti con il sistema maggioritario, la nuova legge elettorale favorisce la formazione delle coalizioni. Forza Italia, il partito personale ricreato da Berlusconi alla fine del 2013, spera che un patto stipulato prima delle elezioni con la Lega dia alla destra maggiori possibilità di battere il Pd e i cinquestelle. Inoltre, spartendo i seggi prima delle elezioni, il partito di Berlusconi è più sicuro di mantenere l’attuale posizione di egemonia nella coalizione. Questo blocco comprende anche il più piccolo Fratelli d’Italia, una formazione erede diretta dei postfascisti, e alcuni partiti centristi minori. I sondaggi attribuiscono allo schieramento di destra una quota di voti che va dal 35 al 40 per cento, rispetto al 29 per cento ottenuto da un’alleanza simile nel 2013. La vittoria della destra alle elezioni siciliane di novembre, con un aumento del 14 per cento dei voti rispetto al 2012, fa ben sperare Berlusconi e Salvini in vista del voto nazionale. La nuova legge elettorale non offre nessuna garanzia su come i voti si tradurranno in seggi ma, visti i sondaggi, oggi la destra allargata sembra essere in una posizione migliore che in qualsiasi altro momento della caduta di Berlusconi, anche grazie alla debolezza del Pd.
L’unità tra il centrodestra e la destra però non é scontata, soprattutto a causa delle diffidenze che si sono accumulate negli ultimi cinque anni, alimentate dal tentativo della Lega di spodestare Forza Italia. Nel 2013, dopo le elezioni, pur essendo a capo di un’alleanza di destra, Berlusconi decise di entrare in una coalizione con il Pd e alcune piccole forze centriste, abbandonando i più intransigenti Fratelli d’Italia e Lega Nord. E di recente il leader di Forza Italia ha detto che, se dalle urne non dovesse emergere una maggioranza, l’attuale presidente del consiglio Paolo Gentiloni, del Pd, potrebbe rimanere provvisoriamente in carica, perché una figura così debole non costituirebbe un rivale per il suo partito.
Anche se Salvini è contrario a questa soluzione, non sarà in grado di formare un “blocco antisistema”. L’accesa rivalità con Berlusconi maschera invece una convergenza di fatto delle posizioni politiche dei due leader. Da questo punto di vista è significativo che la Lega abbia messo da parte la questione europea. Anche se in passato ha organizzato manifestazioni contro l’euro in tutto il paese, oggi Salvini – come Marine Le Pen in Francia – preferisce puntare su un programma centrato sulla questione identitaria e sul tema della sicurezza. Visto che sia la Lega sia i cinquestelle hanno rinunciato a chiedere un referendum sull’uscita dall’euro, è improbabile che dopo il 4 marzo questo tema sia al centro delle trattative per la formazione di alleanze.
L’accantonamento della questione europea era proprio quello in cui sperava la cancelliera tedesca Angela Merkel. All’ultimo convegno del Partito popolare europeo, Berlusconi ha promesso a Merkel che si sarebbe occupato lui di contrastare il “populismo in Italia”. Il suo modo piuttosto paradossale di combattere questa crociata sarebbe portare al governo – tenendola sotto il suo controllo – l’estrema destra. Non potendo aspirare alla carica di presidente del consiglio a causa della sua condanna per frode fiscale e della legge Severino (su cui dovrà pronunciarsi la Corte europea per i diritti umani), ha cercato di imporre come potenziale premier della coalizione di destra un suo protetto. Mentre Salvini insiste nel dire che il prossimo presidente del consiglio dovrà essere lui, Berlusconi ha proposto una serie di alternative, da un ex generale dei carabinieri al presidente del parlamento europeo Antonio Tajani.
Ma Berlusconi sta anche cercando di far razzia nel territorio politico dei cinquestelle. La rivalità è evidente non solo dalle accuse di “irresponsabilità” che l’ex presidente del consiglio lancia al movimento, ma anche dalla sua promessa, fatta il 28 dicembre, di garantire a ogni cittadino un reddito minimo di mille euro, più dei 780 già proposti dall’M5S. Berlusconi ha chiaramente ammesso la base ideologica di questa proposta – dicendo di ispirarsi alla teoria della “imposta negativa sul reddito” di Milton Friedman, nell’ambito di un più ampio pacchetto di agevolazioni fiscali – ma ha sottolineato l’importanza che la misura avrebbe per la base di Forza Italia, costituita in buona parte da pensionati che faticano ad arrivare alla fine del mese.
Anche se in questo momento Berlusconi considera l’M5S il suo principale nemico, il rivale storico della destra è il Partito democratico. Gran parte della sua base, compresi i militanti di lunga data, proviene dal vecchio Partito comunista (Pci) e, in minor misura, dalla Democrazia cristiana, due partiti che si sono sciolti all’inizio degli anni novanta. Sotto la recente guida dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi, il Pd ha continuato l’evoluzione cominciata dopo la fine della guerra fredda, passando da un modello di centrosinistra a uno più liberista. Nell’arco dell’ultima legislatura ha introdotto una legge sul lavoro, chiamata Jobs act, basata sulla flessibilità, e una serie di riforme neoliberiste nel settore dell’istruzione che costringono gli studenti italiani a periodi di apprendistato non retribuito. Renzi è il candidato premier del Partito democratico, e spera di prendere il posto di Gentiloni, anche lui del Pd.

L’esempio siciliano
Se quella che un tempo era la Lega nord oggi è diventata semplicemente la Lega, il partito di Renzi non ha ancora rinunciato all’aggettivo “democratico”. Ma dopo il tentativo di riscrivere la costituzione italiana (bocciato dal 60 per cento degli elettori nel referendum del dicembre 2016), il partito sembra in difficoltà. Non solo è passato da più del 30 per cento dei voti a circa il 20 per cento nei sondaggi, ma è entrato in competizione con la sua ala sinistra. Tra quelli che lo hanno abbandonato per creare una nuova formazione ci sono Pier Luigi Bersani (ex esponente del Pci che guidò il centrosinistra alle elezioni del 2013) e Massimo D’Alema che fu presidente del consiglio dal 1998 al 2000. Il loro nuovo partito, Articolo 1-Movimento democratico e progressista (Mdp), tuttavia, è rimasto nella maggioranza che sostiene il governo insieme al Pd e ai centristi ex berlusconiani.
Alle elezioni di marzo invece l’Mdp farà parte di Liberi e uguale (Leu), uno dei più grandi progetti di centrosinistra degli ultimi anni fuori dal Pd. L’ex comunista D’Alema, che non vuole un’alleanza con il Pd, alla fine degli anni novanta aderì alla terza via della socialdemocrazia europea, avvicinandosi molto a Tony Blair e a Gerhard Schroder. Più indicativo delle intenzioni future dell’Mdp è forse il fatto che, dopo le elezioni di giugno del 2017 nel Regno Unito, Bersani si è affrettato a prendere le distanze dal Partito laburista di Jeremy Corbyn, insistendo nel dire che lui non intende “nazionalizzare tutto”. La speranza dell’Mdp è entrare in un governo con il Pd, ma rimanendo comunque separato per spostarlo almeno leggermente più a sinistra.
L’Mdp è nato dopo il referendum di Renzi del 2016 per modificare la costituzione del 1947, considerata la colonna portante dell’identità repubblicana italiana per via del suo legame simbolico con la caduta del fascismo. L’avvocata Anna Falcone, una delle maggiore attiviste della campagna per il no alla riforma, aveva sperato di poter formare una nuova coalizione di sinistra a partire da quel voto. Ma dopo una serie di iniziative piuttosto caotiche, le forze del gruppo D’Alema-Bersani sono finite, insieme ad altri piccoli partiti di centrosinistra, sotto la guida di Pietro Grasso, ex magistrato antimafia e attuale presidente del senato, che fino ad ottobre faceva parte del Pd. Secondo i sondaggi, Liberi e uguali dovrebbe prendere tra il 6 e il 7 per cento dei voti.
Ma la spaccatura con la sinistra è solo uno dei problemi che deve affrontare Renzi. Il leader del Pd aveva promesso di dimettersi se non avesse vinto – insistendo nel dire che il referendum era necessario per eliminare gli ostacoli alle riforme economiche – e questo ha trasformato il dibattito su alcune modifiche costituzionali in una più generale espressione di malcontento nei confronti del governo. La sconfitta e le dimissioni di Renzi non solo hanno intaccato la sua convinzione di avere una forte presa sull’elettorato, ma hanno anche gettato nuovi dubbi sul dogma blairiano secondo cui l’unico modo in cui la sinistra italiana può vincere sarebbe quello di occupare il centro. Ultimamente Grasso ha invece sottolineato la necessità di “riportare a casa” quelli che sono passati dalla sinistra al Movimento 5 stelle.
I risultati delle elezioni regionali siciliane di novembre fanno pensare che anche le forze neoliberiste di centro stanno abbandonando il Pd, perché diventato meno rilevante nei calcoli elettorali. Angelino Alfano, che fino al 2013 era stato uno degli alfieri di Berlusconi, negli ultimi quattro anni è stato uno dei più solidi alleati di governo del Pd, tanto che oggi è ministro degli esteri. Ma ha annunciato la sua intenzione di non presentarsi alle prossime elezioni. Al voto in Sicilia alcuni dirigenti del suo partito, insieme a Scelta civica (la formazione un tempo guidata dal tecnico Mario Monti), si sono schierati con Forza Italia e il candidato della destra, Nello Musumeci, che ha vinto. Alle elezioni siciliane questo spostamento delle forze minori è stato un’ulteriore espressione delle crisi generale del Pd, il cui candidato ha ottenuto solo il 18 per cento delle preferenze rispetto al 30 per cento di cinque anni prima.
In questo panorama politico frammentato è ancora possibile che il Pd, nonostante le sue debolezze, sia comunque il partito più votato alle elezioni del 4 marzo. Le sue liste saranno rafforzate dalla presenza di piccole formazioni progressiste che altrimenti non potrebbero superare la soglia del 3 per cento per essere rappresentate in parlamento. Ma anche così il centrosinistra guidato dal Partito democratico potrebbe arrivare intorno al 30 per cento dei voti, molto lontano dai numeri necessari per formare una maggioranza autonoma.
I problemi del Pd sono gli stessi di tutti i partiti socialdemocratici che cercano di restare aggrappati al centro. Vuole conquistare i voti dei centristi per una nuova coalizione e allo stesso tempo mantenere il sostegno almeno passivo della sua base storica operaia e di sinistra. E questo non è facile in tempi di austerità, soprattutto se il sistema elettorale favorisce la nascita di nuovi rivali. In questa situazione il Pd rischia di seguire la strada del Partito socialista francese e di quello laburista olandese, battuti dai centristi proprio a causa dello svuotamento della loro base.
Di fronte alla nascita di un rivale a sinistra, Renzi ha cominciato ad accusare i partiti che sottraggono voti al Pd di minare i valori dell’antifascismo e di aprire la strada a una nuova estrema destra. Visti i deludenti risultati elettorali del Partito democratico negli ultimi tempi, non è detto che questo invito a votare in modo pragmatico funzioni. L’impatto emotivo di questo appello sugli elettori di sinistra è comunque indebolito dalle scelte politiche reazionarie sull’immigrazione del ministro degli interni Marco Minniti, del Pd.
Renzi sperava di riportare la politica italiana su una linea simile a quella che ha permesso al centrista Macron di vincere le presidenziali francesi del 2017, chiedendo il sostegno della sinistra per sconfiggere il Front national. Ma questa soluzione semplicistica finora è sempre stata insufficiente a combattere il suo principale bersaglio, i cinquestelle. Il movimento, una delle forze che hanno guidato la battaglia per il no al referendum costituzionale, rappresenta una minaccia particolare per il Pd perché ha una base elettorale formata soprattutto da giovani e disoccupati. E, anche se non è ancora alle porte del governo, secondo i sondaggi è il primo partito italiano.
Fondato nel 2007 sulla base del gruppo Amici di Beppe grillo, l’M5S ha tratto vantaggio sia dal collasso della sinistra sia dalla crisi economica, e si è eretto a voce degli esclusi che si ribellano contro “la casta” rappresentata dai partiti tradizionali. L’alleanza tra Berlusconi e Renzi tra il 2011 e il 2013 e lo scoppio di scandali di corruzione trasversali, come quello che ha colpito la città di Roma, hanno aiutato il “movimento” a differenziarsi dai “partiti”. Il fascino dei cinquestelle dipende non tanto dalle proposte politiche quanto dalla promessa di un grande cambiamento che spazzerà via i vecchi partiti e i personaggi che dominano da sempre la vita pubblica italiana.

Speranza radicale
In un paese dove la disoccupazione giovanile è altissima, l’M5S è riuscito a intercettarlo scontento e a dargli voce. Nonostante questo, con il tempo l’elemento di protesta presente nella retorica del movimento si è andato affievolendo, sia a causa delle difficoltà degli amministratori locali cinquestelle sia per il nuovo orientamento dato al partito da Luigi Di Maio, il trentunenne candidato alla presidente del consiglio. A settembre Di Maio ha fatto una visita simbolica al forum economico di Cernobbio, sul lago di Como, per rassicurare gli imprenditori presenti che i cinquestelle non volevano un “governo populista, estremista e anti-euro” né avevano intenzione di organizzare un referendum per l’uscita dell’Italia dall’euro. Anche due delle modifiche introdotte di recente allo statuto del movimento indicano un cambiamento di rotta, che porterà i cinquestelle a diventare più simili ai partiti che tanto disprezzano.
L’M5S è nato come un movimento contro la corruzione, ms l’indagine giudiziaria in cui è rimasta coinvolta la sindaca di Roma Virginia Raggi ha costretto i cinquestelle a rinunciare alla regola di sospendere gli eletti quando finiscono sotto inchiesta. In secondo luogo, consapevoli del fatto che loro peso elettorale (sopra il 25 per cento dei voti ma sotto il 30) non gli è sufficiente per governare, hanno rinunciato a uno dei loro elementi più distintivi: il rifiuto di allearsi con qualsiasi altro partito.
Finora l’M5S non ha stretto accordi con i partiti tradizionali e non vuole fare una coalizione per il 4 marzo. Per non destabilizzare il movimento in vista del voto, Di Maio è rimasto sul vago, limitandosi ad affermare che dopo le elezioni, risultati alla mano, l’M5S sarà disposto a collaborare con chiunque sottoscriva il suo programma. Dichiarazione come queste hanno il chiaro scopo di evitare che il partito sembri schierato a destra o a sinistra.
In una recente intervista concessa al quotidiano La Stampa, Di Maio ha detto di non escludere una coalizione né con Liberi e uguali né con la Lega. Quindi non solo ha portato l’M5S su un terreno più “possibilista” rispetto a Beppe Grillo, fondatore del movimento, ma si è anche spostato a destra. Sembra evidente dalle sue dichiarazioni sulla crisi dei migranti, in cui ha accusato le ong di offrire un “servizio di taxi” attraverso il Mediterraneo. Nonostante questo, è difficile capire come i cinquestelle potrebbero sopravvivere a una coalizione con un partito di estrema destra come la Lega.
In realtà i parlamentari dell’M5S si sono sempre astenuti su temi sociali come le unioni civili e l’immigrazione, proprio per permettere al movimento di continuare a presentarsi come un partito che piace a tutti, anche se altri rappresentanti dell’M5S, come Roberto Fico, hanno assunto posizioni molto più progressiste di quelle di Di Maio. Gli scandali finanziari scoppiati in città amministrate dai cinquestelle, come Roma e Livorno, non hanno intaccato la popolarità del movimento, ma assumendosi la responsabilità di governare il paese i suoi leader inesperti sarebbe costretti a definire con maggior chiarezza il loro programma.
Questo ci porta a chiederci se la trasformazione dell’M5S in un partito più tradizionale non lasci libero lo spazio che finora ha occupato come forza di opposizione al sistema. Da questo punto di vista si è aperto uno scenario interessante a Napoli, la più grande città del sud. Negli ultimi anni il sindaco Luigi de Magistris ha costruito una coalizione populista e multiforme che ha tolto spazio ai cinquestelle. Il centro sociale Je so’ pazzo, che sostiene De Magistris ma non è politicamente legato a lui, ha lanciato un’iniziativa elettorale a livello nazionale nella speranza di rappresentare i movimenti, i sindacati di base, i giovani disoccupati e i lavoratori precari che non hanno voce.
Anche se de Magistris e altri politici del centrosinistra sono più vicini a Liberi e uguali, l’iniziativa Potere al popolo di Je so’ pazzo unisce i movimenti del resto d’Italia con Rifondazione comunista – in pratica quel che rimane del vecchio Pci – e con altre piccole forze della sinistra radicale. Questo soggetto non si aspetta di superare la soglia del 3 per cento che gli consentirebbe di entrare in parlamento, ma la sua nascita segna l’inizio di una ricomposizione dei movimenti di sinistra che non sono più rappresentati in parlamento dopo il disastro di Rifondazione del 2008.
Potere al popolo ha organizzato assemblee in più di cento città italiane e sta tentando di far sentire la sua presenza nell’ostile panorama dei mezzi d’informazione. Senza dubbio è difficile che alle prossime elezioni il mondo dell’attivismo si riprenda del tutto del trauma degli ultimi decenni.
La forza dell’M5S è espressione della debolezza della mobilitazione sociale in Italia. Ma basandosi sulla timida ripresa delle organizzazioni del lavoro, in campagna elettorale Potere al popolo potrebbe almeno gettare le basi di un’alternativa radicale per i prossimi anni.

Contro il futuro
Se non dovesse vincere la destra, il risultato più probabile del voto sarà un altro governo governo provvisorio o tecnico e, a giudicare dagli ultimi sei anni, probabilmente sarà guidato da politici che non stanno neanche partecipando alla campagna elettorale. Il presidente del consiglio Gentiloni ha pronunciato un discorso in cui si è detto orgoglioso del fatto che nell’ultimo anno il suo governo ha continuato a far funzionare le istituzioni. Un compiacimento forse eccessivo, visto l’1 per cento scarso di crescita economica, l’emigrazione di massa e il 36 per cento di disoccupazione giovanile. L’atteggiamento sereno e imperturbabile di Gentiloni riflette la crisi della vita pubblica italiana, e trova esco anche nella superficialità della campagna elettorale, in cui temi come la riforma dell’Unione europea, la moneta unica e la crisi bancaria italiana sembrano meno importanti dello scontro tra leader e della retorica sull’immigrazione.
L’ultimo tema affrontato dal parlamento prima dello scioglimento delle camere è un esempio di questo stallo. Il dibattito sullo ius soli avrebbe dovuto concludersi con un voto al senato per decidere se concedere la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri. Naturalmente Forza Italia, Lega e destra postfascista erano contrarie e hanno boicottato la votazione per impedire che si raggiungesse il numero legale. Ma la loro strategia ha avuto successo solo perché 29 senatori del Pd e tutti quelli dell’M5S non si sono presentati in aula. È stata la degna fine di un governo a guida Pd che, secondo i dati di agosto del 2017, ha ridotto dell”87 per cento il numero di migranti in arrivo dalla Libia il rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il rifiuto dei nuovi italiani è ovviamente dovuto all’ostilità verso i migranti e alla paura del multiculturalismo, ma può essere anche visto come una scelta naturale da parte di una società che offre così poco perfino ai giovani che nascono da genitori italiani. Qualche anno fa Mario Monti, che era presidente del consiglio, liquidò i timori della nascita di una forza lavoro casuale e frammentata dicendo che “avere un lavoro fisso è noioso”, e Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro del Pd, ha dichiarato che è meglio che i giovani se ne vadano piuttosto “che averli tra i piedi”.
Questo disprezzo per i giovani è naturale per una classe politica che non ha progetti per il futuro. L’incrollabile attaccamento al centro neoliberista non produce né stabilità né stagnazione, ma frammentazione e disperazione sociale. A guadagnare da questo cinismo sono Lega e M5S. Dopo il crollo di Rifondazione comunista nel 2008, il periodo successivo alla crisi economica è stato segnato dall’assenza della sinistra radicale. Prima e dopo il 4 marzo, il compito di questa sinistra dovrebbe essere rimediare alla sua sconfitta storica e offrire nuove prospettive di progresso materiale e speranza ai dimenticati e agli sfruttati.

David Broder*

Fonte: © Jacobin Magazine, 12 gennaio 2018
Traduzione di: © Internazionale

*storico britannico della London School of Economics

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