OTTO PER MILLE, LA TENTAZIONE DELLA CHIESA

Siamo ormai vicini alla scadenza della dichiarazione dei redditi e tutte le chiese che hanno stipulato un’intesa con lo Stato e aderito alla ripartizione dell’8 per mille sollecitano i cittadini contribuenti a mettere la firma nella casella con la loro denominazione. C’è chi lo fa solo attraverso i canali interni alla chiesa e chi invece, come per esempio la Chiesa Cattolica Romana e l’Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste in Italia attraverso spot pubblicitari, sui giornali, sul web e in televisione.

Tutte le chiese che ricevono l’8 per mille presentano un rendiconto allo Stato, alcune di esse pubblicano il loro rendiconto sui loro siti (per esempio la Chiesa Valdese e quella Avventista), rendendo così possibile a ciascun cittadino verificare come il denaro pubblico a loro donato viene speso. Va detto che c’è una differenza fra la Chiesa Cattolica e altre confessioni religiose, che dichiaratamente usano l’8 per mille anche per le attività di culto e la retribuzione del clero, e le chiese protestanti in genere che, affermando la laicità dello Stato, dichiarano di non spendere, almeno direttamente, i soldi dell’8 per mille né per pagare i pastori (e infatti varie chiese ne riducono il numero, venendo però così meno al loro compito di assistenza religiosa), né per le attività di culto in genere.
Al di là di questo rendiconto (La Pagina Cristiana ne renderà conto con una serie di articoli nelle prossime settimane) di come e perché i soldi vengono spesi, la domanda fondamentale, tuttavia, è se sia giusto chiedere e ricevere questo contributo dei cittadini.
Lutero affermava che il denaro “è lo sterco del diavolo”. Quindi, il denaro serve, ma va maneggiato con “le molle”.
Un primo problema è quanto questo contributo incida sulla libertà religiosa delle chiese. Infatti è indubbio che se hai un finanziatore, questo in qualche modo potrebbe dirti cosa fare e come farlo. In Italia possono accedere all’8 per mille, a parte la Chiesa Cattolica Romana che beneficia del Concordato, solo le chiese che hanno un’Intesa con lo Stato in base al dettato dell’art. 8 terzo comma della Costituzione. Proprio al fine di mantenere la propria autonomia rispetto allo Stato, non tutte le chiese hanno, o vogliono, un’Intesa, e non tutte quelle che hanno l’Intesa hanno deciso di usufruire di questa forma di finanziamento. Uno dei modi per lo Stato di dare rilevanza all’appartenenza religiosa, e quindi di differenziare il trattamento riservato dalla legge alle chiese, è infatti proprio la ripartizione dell’8 per mille.
In altri paesi è lo Stato stesso che, sulla base degli elenchi dei membri di chiesa, detrae dal reddito la quota per la confessione religiosa e la versa, oppure vi sono accordi particolari con le chiese, o leggi più generali che disciplinano i rapporti economici con le confessioni religiose. Laddove c’è una chiesa di Stato, ad esempio, è lo Stato stesso che preleva dalle tasse la quota per la chiesa. Sono tutti modi per lo Stato di esercitare un controllo più o meno penetrante e incisivo.
Infatti, se è vero e giusto che le chiese che ricevono le quote di 8 per mille debbano rendere conto allo Stato di come spendono il denaro pubblico ricevuto, è altrettanto vero che l’obbligo di rendiconto è una forma piuttosto penetrante di controllo.
Un altro aspetto del problema è proprio come il denaro viene speso. Si tratta infatti di denaro sottratto alla fiscalità generale che, a parte quello destinato a finanziare progetti di aiuto all’estero nei paesi poveri, viene speso in Italia, in gran parte per coprire costi delle chiese che, o dovrebbero essere sostenuti direttamente dallo Stato (nel qual caso la chiesa svolge una funzione di supplenza che non le appartiene, come nel caso delle attività assistenziali, delle scuole, o per il mantenimento di edifici di culto di valore storico architettonico e culturale), oppure dovrebbero essere a carico dei fedeli e non di tutti i cittadini. Possiamo fare l’esempio del denaro speso per le attività di culto (direttamente, come fa ad esempio la Chiesa Cattolica Romana, o indirettamente, come fanno altre chiese), per pagare i ministri di culto (per esempio la Chiesa Cattolica Romana, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia ossia i luterani di lingua tedesca ecc…), per mantenere il patrimonio mobiliare e immobiliare della chiesa, per istituire o potenziare le strutture organizzative e così via.
Certo non tutte le chiese che beneficiano dell’8 per mille lo usano allo stesso modo, ma nessuna, per quello che ci risulta, si limita a finanziare esclusivamente progetti di aiuto ai poveri all’estero e in Italia o iniziative culturali che peraltro, essendo le chiese organizzazioni religiose e non associazioni culturali, non si sottraggono al problema della, a volte molto sottile, distinzione fra attività culturale e attività religiosa e di proselitismo.
Qui si pone il problema della legislazione statale italiana. Infatti le chiese non riconosciute, come la Chiesa Protestante Unita, molte chiese pentecostali e “libere” e altre, devono qualificarsi come associazioni culturali o sociali o di altro tipo nel caso intendano aprire un proprio luogo di culto, mandando anche in confusione gli uffici della Agenzia delle Entrate. Una legge generale sulla libertà religiosa potrebbe risolvere il problema, ma se ne parla ormai da vari decenni senza alcun risultato concreto.
Inoltre nessuno può garantire che il denaro speso per attività sussidiarie di quelle dello Stato sia speso senza alcuna discriminazione per chi ha bisogno, privilegiando i propri fedeli. In effetti se fosse lo Stato a spendere quegli stessi soldi per assistenza sociale e servizi primari ai cittadini, questo problema non si porrebbe o verrebbe affrontato con molta maggiore trasparenza sulla base dell’appartenenza comune alla cittadinanza.
Un terzo problema è il criterio di ripartizione dell’8 per mille adottato in Italia. Il sistema prevede che l’8 per mille del reddito di ciascun contribuente confluisca in un unico fondo, dal quale vengono poi prelevate le somme da destinare alle singole chiese aderenti alla ripartizione, sulla base delle firme ricevute. Rimane quindi in questo fondo un importo rilevante, che è abbastanza arduo definire “residuo”, che non può essere attribuito in quanto non tutti i cittadini firmano per le chiese o per lo Stato: molti non mettono alcuna firma. Sarebbe logico, e corretto nei confronti dei contribuenti che non firmano, che gli importi non attribuiti direttamente attraverso le scelte finissero nella fiscalità generale, ma così non è. Non tutti sanno che queste somme vengono attribuite alle chiese, in proporzione alle scelte effettuate. In pratica se una chiesa riceve il 60 per cento dell’8 per mille perché ha ricevuto il 60 per cento delle firme, le verrà attribuito anche il 60 per cento del residuo, che nessuno ha inteso devolverle. Insomma chi sceglie, lo fa anche per chi ha deciso di non scegliere, magari perché non voleva dare soldi a nessuna chiesa.
Naturalmente anche le chiese che hanno aderito alla ripartizione dell’8 per mille possono scegliere se aderire solo alla ripartizione delle somme espressamente a loro devolute, oppure anche a quella delle somme non espressamente devolute. In principio varie chiese (come quella Valdese) hanno aderito solo al primo criterio, ma successivamente alcune hanno deciso di partecipare alla suddivisione delle ulteriori somme. E’ così, ad esempio, che chiese con formalmente circa diciannovemila membri in tutta Italia (come l’unione della Chiese valdesi e metodiste) si trovano a gestire contributi di 8 per mille anche per oltre quaranta o cinquanta milioni di euro.
E qui è il caso di trattare del problema senz’altro a mio avviso più rilevante per una chiesa che è quello etico.
Tutto questo flusso di denaro infatti non passa senza danni. Non solo, come abbiamo già sottolineato, questo denaro limita inevitabilmente la libertà della chiesa, ma ne favorisce la corruzione, non necessariamente per cattiva volontà. La corruzione non si manifesta solo quando ci si mettono soldi in tasca o si danno illecitamente agli amici e agli amici degli amici, ma anche quando il denaro trasforma la mentalità delle persone. Da pastori di anime alcuni diventano amministratori, sensibili alle pressioni perché le somme vengano date a certi progetti piuttosto che ad altri, attenti a che in una certa struttura organizzativa vengano collocate certe persone piuttosto che altre, con criteri che non sempre si ispirano a oggettivi criteri di competenza, razionalità e necessità della spesa, o al valore spirituali e sociale di certi progetti, ma piuttosto alla maggior o minore opportunità in base a valutazioni soggettive, pressioni, legami personali.
Se è vero, come è vero , che il “denaro è lo sterco del diavolo”, perché averne tanto a disposizione di per sé corrompe, c’è un solo sistema per evitare tutto questo.
A noi piace molto il sistema ispirato al principio della “libera chiesa in libero Stato”: nessuna chiesa riceve finanziamenti pubblici sotto nessuna forma, e lo Stato non mette bocca in nulla che riguardi le chiese. Ognuno poi all’interno, fa i conti con la propria comunità, con se stesso e con Dio.

Marta Torcini

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