IL SALVATAGGIO IN MARE DEI MIGRANTI: LA DIFFERENZA FRA IL GIUSTO E IL LEGALE

La notizia di oggi è che per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia migranti soccorsi nel Mediterraneo. La Asso 28, nave di supporto a una piattaforma petrolifera, è stata coinvolta nelle operazioni di soccorso di un gommone con 108 persone a bordo. Come avviene ormai da settimane, la sala operativa di Roma ha dato indicazioni di coordinarsi con la Guardia costiera libica e, prese a bordo le persone, la Asso 28 ha seguito le indicazioni e le ha sbarcate nel porto di Tripoli.
Come cristiani non solo non possiamo disinteressarci della questione migranti, ma dobbiamo anche cercare di comprendere bene quale posizione dobbiamo assumere, e non possiamo neppure esimerci dal valutare il comportamento dei governi e dell’Unione Europea. Questo non per giudicare (il giudizio compete a Dio), ma per indirizzare la nostra azione.
Cominciamo con il considerare gli aspetti legali. Va detto prima di tutto che l’obbligo di salvataggio delle persone in pericolo in mare è tradizione antica comune a tutto il mondo, e i comandanti di navi che non l’avessero rispettata senza giusto motivo non sarebbero sfuggiti quanto meno all’accusa di comportamento disonorevole, al pari di un comandante che vista la propria nave in pericolo, pensasse prima di tutto alla propria salvezza, senza preoccuparsi di quella dell’equipaggio e dei passeggeri.
Attualmente il salvataggio in mare è previsto e regolate da convenzioni internazionali, fra le quali vanno citate la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati, la Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS- Safety of Life at Sea, Londra, 1974), la Convenzione sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, (SAR- International Convention on Maritime Search and Rescue, Amburgo, 1979) e la Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS – United Nations Convention on the Law of the Sea, Montego Bay, 1982). Per quanto riguarda in particolare l’Italia inoltre, si occupano dell’argomento il Codice della navigazione e il Regolamento UE n.656/2014.
In estrema sintesi, le norme sopracitate stabiliscono il principio che il comandante di una nave ha l’obbligo di prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita ed è, altresì, tenuto ad assistere le persone in pericolo in mare, di cui abbia avuto informazione, il più rapidamente possibile. Ha inoltre il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro che garantisca il diritto di asilo, e che sia il più vicino alla sua rotta ordinaria. I governi dal canto loro sono tenuti da un lato a istituire e mantenere un effettivo e adeguato servizio di ricerca e soccorso in mare e a coordinarsi per cooperare nelle operazioni di soccorso, dall’altro il governo responsabile dell’area in cui è avvenuto il soccorso è tenuto a fornire un luogo sicuro di approdo o ad assicurarsi che un altro stato lo fornisca.
Vi sono dei limiti a questa attività, ma riguardano esclusivamente la sicurezza della nave soccorritrice o l’intervento di altri. In sostanza non si procede al soccorso in mare se altri sono già intervenuti o stanno intervenendo essendo più vicini al luogo in cui l’intervento è richiesto, oppure nel caso in cui l’intervento non possa avvenire senza esporre a grave rischio l’equipaggio e/o i passeggeri della nave soccorritrice. La valutazione evidentemente non può che essere fatta dal comandante.
E’ quindi chiaro che il comportamento odierno della nave italiana Asso 28 che ha sbarcato i naufraghi nel porto di Tripoli in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d’asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi. Nessuno dei migranti riportati a Tripoli, infatti, ha avuto la possibilità di chiedere asilo come garantito dalla legge.
Venti giorni fa, un’altra nave di supporto a una piattaforma petrolifera, la Vos Thalassa, dopo aver soccorso dei migranti stava per consegnarli ad una motovedetta libica quando un tentativo di rivolta di alcuni dei soccorsi ha convinto il comandante ad invertire la rotta e a chiedere l’aiuto della Guardia costiera italiana che prese poi a bordo della nave Diciotti i migranti sbarcandoli a Trapani dopo l’intervento del presidente della Repubblica Mattarella.
E’ facile a questo punto rendersi conto che la cosiddetta chiusura dei porti italiani alle navi, di qualsiasi nazionalità, che effettuano il soccorso in mare dei migranti è del tutto illegittima sotto il profilo legale, così come illegittimo è il rifiuto degli altri paesi dell’Unione Europea di collaborare. Altra e diversa questione è invece la redistribuzione dei migranti fra i vari paesi dell’Unione, regolata da altre e diverse norme, anche se evidentemente si tratta di problemi strettamente collegati. Non possiamo affrontare il problema in questa sede, ma va detto subito che a noi come cristiani interessa in primo luogo il salvataggio e la salvaguardia dei diritti delle persone migranti.
Allora per valutare sotto il profilo del giusto comportamento quello che sta accadendo dobbiamo dire due cose. I migranti sono persone che fuggono da situazioni di grave difficoltà economica o di guerra e persecuzione. Per le norme che i paesi dell’Unione Europea si sono dati la differenza fra migranti economici e rifugiati è fondamentale per stabilire chi ha e chi non ha il diritto di rimanere in Europa. Per noi non vi è invece alcuna differenza. Al di là degli assurdi discorsi che sentiamo (se ne vanno perché non guadagnano abbastanza soldi e credono che noi siamo ricchi), domandiamoci invece chi di noi affronterebbe un viaggio del genere e lo farebbe affrontare ai propri figli, grandi o piccoli e spesso da soli, se non fosse proprio alla disperazione. Perché pensiamo che gli africani in questo siano diversi da noi? Non amano forse anche loro i loro figli così come li amiamo noi? O non c’è un fondo di vero razzismo in questo nostro atteggiamento?
L’altra cosa è che queste persone si indebitano fino a farsi schiavi e indebitano i loro clan familiari, per pagare a carissimo prezzo un viaggio che troppo spesso finisce o con la morte in mare del viaggiatore o con la sua deportazione in campi di tortura e violenza, gestiti da quegli stessi scafisti che, per avidità, mettono a repentaglio la vita dei migranti. La deportazione (frequentemente in Libia) è il risultato di un accordo bilaterale fra Italia e Libia, sottoscritto dal ministro Minniti del precedente governo, e sostenuto dal ministro dell’Interno Salvini.
A questo punto risulta chiarissimo perché le navi delle ONG, quando viene segnalato un barcone carico di persone, cerchino di intervenire per prime e possibilmente sottraggano i migranti alle motovedette della guardia costiera libica. Semplicemente, quando le persone vengono consegnate alle autorità libiche finiscono in quei campi.
Che posizione dobbiamo prendere perciò noi cristiani? Sappiamo bene che il nostro paese non ha la forza economica per accogliere tutti quelli che cercano di arrivare sulle nostre coste. Ma anche su questo qualcosa da dire c’è. Prima di tutto, la gran parte dei migranti che arriva non vuole restare in Italia ma raggiungere altri paesi dell’Unione Europea, e approda da noi solo perché siamo in mezzo al mediterraneo. Quelli che vogliono restare in Italia sono una minoranza che potremmo tranquillamente assorbire, se solo le politiche economiche del nostro paese non fossero volte più a spendere per respingere che per accogliere.
Inoltre vi sono differenze di condizione economica fra gli stessi italiani, che si approfondiscono sempre di più, ma il nostro paese rimane uno dei più ricchi al mondo.
Cosa significa questo? Se il paese è ricco ma la maggioranza dei suoi cittadini è povera la spiegazione è una sola: vi è una minoranza di cittadini che si appropria delle ricchezze del paese. I meccanismi sono semplici: sistema di tassazione iniquo (flat tax), evasione fiscale non seriamente ed efficacemente combattuta, elusione fiscale (è il metodo, come quello concordato fra Juventus e Ronaldo per il pagamento di un comunque spaventosamente esagerato stipendio al calciatore, che sfrutta meccanismi legali per non pagare le tasse in Italia e andarle a pagare in paesi in cui vigono norme estremamente più favorevoli), norme che privilegiano il capitale e cancellano il valore del lavoro, denaro pubblico speso per acquistare armamenti invece che per sostenere sanità, educazione, cultura.
In questo contesto, è facile accusare i migranti di essere responsabili delle difficoltà del Paese e attivare, con largo consenso popolare, politiche di respingimento che hanno già causato la morte di molte persone, quando è vero invece il contrario, dal momento che i migranti regolarizzati (per la maggior parte non entrati regolarmente, ma regolarizzati successivamente) contribuiscono per il 9% al PIL del Paese (più di Croazia e Ungheria messe insieme) e all’accantonamento del denaro necessario a pagare le pensioni di una popolazione italiana sempre più vecchia.
Mi sembra semplice a questo punto capire da che parte dobbiamo stare noi cristiani.

Marta Torcini

 

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