I CRISTIANI E IL CREATO

Dal 1° settembre al 4 ottobre di ogni anno i cristiani di tutto il mondo celebrano il mese del Creato. Perché proprio questo mese, fra queste due date? La consuetudine ha avuto origine nel 1989 quando l’allora Patriarca di Costantinopoli Dimitrios I, della Chiesa Ortodossa Orientale, proclamò il 1° settembre giorno di preghiera per l’ambiente. La Chiesa Ortodossa dedicò quel primo giorno a ricordare come Dio aveva creato il mondo.
D’altra parte, il 4 ottobre è il giorno in cui la Chiesa Cattolica Romana e altre chiese della tradizione occidentale celebrano Francesco d’Assisi, il santo amico degli animali, che ha scritto la splendida poesia del Cantico delle Creature.
Prendendo spunto dalle due date, il 1 settembre e il 4 ottobre, la Terza Assemblea Ecumenica Europea nel 2007 formulò la proposta di celebrare il Tempo del Creato durante le cinque settimane che le separavano. La proposta è stata accolta dal Comitato centrale del World Council of Churches, che invitò le chiese aderenti a celebrare in quel periodo il mese del Creato. Nel corso degli anni le principali organizzazioni Ortodosse, Cattoliche, Protestanti e Anglicane hanno incoraggiato e raccolto l’adesione a questa celebrazione di oltre due miliardi e duecento milioni di cristiani nel mondo.
Tutto questo movimento prende spunto proprio dalla Bibbia, in particolare dai primi libri di Genesi, nei quali ci viene raccontato, in modo simbolico e affascinante, come Dio ha creato il mondo.
Ma qual’è l’importanza del Creato per i cristiani?
Prima di tutto bisogna dire che tutto quello che abbiamo, che abbiamo costruito, che abbiamo inventato grazie all’intelligenza che Dio ci ha donato, viene dal mondo naturale. Nulla ne può prescindere. Pensiamo all’oggetto più artificiale e complicato che conosciamo, proviamo ad analizzarlo nelle sue singole componenti e scopriremo che sono tutte di origine naturale, prese all’ambiente, e trasformate più o meno, rese a volte del tutto irriconoscibili, negli oggetti che conosciamo. Dalla più complicata sala operatoria di ospedale, i suoi strumenti, le nostre automobili ed elettrodomestici, i missili che mandiamo nello spazio, le armi, di distruzione di massa o individuali, il cemento e i mattoni delle nostre case, fino ai giocattoli dei nostri figli, tutto viene dalla natura. Senza parlare del nostro cibo e dell’acqua, elemento senza il quale la vita non sarebbe possibile.
Non ci possiamo nascondere che le Chiese in generale, tutte le chiese, in passato e fino a pochi anni fa, si sono assai poco interessate al Creato, avendo fondato la loro visione religiosa sulla centralità assoluta dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (non si sa bene cosa questo voglia dire in realtà, e non tutti sono d’accordo sulle varie interpretazioni – ne riparleremo), visto come dominatore del mondo e al quale Dio aveva dato potere di disporre liberamente di tutte le cose.
Questa interpretazione della Scrittura, oltre ad essere completamente sbagliata, è stata anche fonte dei più gravi danni all’ambiente in cui viviamo, fino al punto di mettere in pericolo la nostra stessa sopravvivenza come specie umana. Cioè fino ad arrivare al punto in cui siamo adesso.
L’errore nella interpretazione della Scrittura è nato dal fatto che le parole della Scrittura che ci assegnano il nostro ruolo nel Creato, sono state spesso tradotte dagli antichi padri della Chiesa con “dominio”. Non mi dilungherò su questo aspetto esegetico, ma il testo ebraico masoretico, il testo greco “dei Settanta” (che è più antico di quello masoretico) e la Vulgata latina differiscono su questo punto e alcuni esegeti affermano che in realtà i termini adottati non vogliono dire affatto che noi abbiamo il dominio, e perciò saremmo i padroni assoluti del Creato, ma significano “amministrazione”, nel senso che Dio non ci ha resi proprietari del Creato, che non potrebbe appartenerci visto che anche noi stessi apparteniamo a Lui, ma ce lo ha affidato in qualità, appunto, di amministratori. Amministratori privilegiati intendiamoci, dal momento che possiamo godere di quello che amministriamo come nessun amministratore ordinario potrebbe fare, ma pur sempre amministratori.
Dobbiamo chiederci allora quali sono i limiti di questa amministrazione, dal momento che non esiste amministratore che possa fare liberamente ciò che vuole della proprietà di Qualcun Altro.
Il ruolo di amministratore privilegiato ci consente di utilizzare le risorse del Pianeta per il nostro vantaggio, ci consente di vivere sul Pianeta godendo liberamente della sua incredibile bellezza frutto della fantasia creatrice di Dio, ci consente di usare le risorse del Pianeta per rendere sempre più confortevole la nostra vita. Quello che però non possiamo fare è consumare le risorse senza porci il problema della loro conservazione per le generazioni future, non possiamo usare violenza al creato attraverso interventi distruttivi e devastanti, non abbiamo il diritto di fare del male e causare sofferenza agli altri viventi. Neppure per cibarcene. Perciò anche se non siamo vegetariani, (che è comunque uno stile di vita auspicabile e che la Chiesa Protestante Unita propone come certamente più vicino alla legge divina dell’Amore che coinvolge tutte le creature, e percorso verso un miglioramento di se stessi), abbiamo il dovere di far sì che gli altri animali che alleviamo per farne il nostro cibo abbiano una vita buona e priva di sofferenza fino al momento della morte; abbiamo il dovere di limitare al massimo il consumo dei loro corpi (che tra l’altro fa pure male alla salute, come l’oncologo italiano celebre in tutto il mondo Luigi Veronesi, ha chiaramente detto, tant’è che lui stesso era vegetariano). In generale abbiamo il dovere di conservare ciò che abbiamo ricevuto per restituirlo al Signore nelle stesse condizioni in cui ce lo ha dato: non possiamo distruggere la foresta amazzonica come invece stiamo facendo, non possiamo inquinare l’aria che respiriamo, non abbiamo il diritto di inquinare i mari, di depredarli di tutta la ricchezza di flora e fauna di cui Dio li ha dotati, non abbiamo il diritto di modificare il clima del Pianeta, non abbiamo il diritto di diffondere le armi nucleari né di fare esperimenti che trasformano l’ambiente in un mondo radioattivo che uccide noi e tutte le altre creature. Solo Dio può spianare le montagne, noi non ne abbiamo certamente il diritto, anche se la tecnologia ce ne darebbe la capacità.
Invece lo abbiamo fatto, e qualche ecologista, che speriamo sia un menagramo troppo pessimista, dice che abbiamo anche superato il punto di “non ritorno”, vale a dire il punto oltre il quale non si può più rimediare.
Non sto ad insistere sui danni, basta aprire la TV (da qualche anno a questa parte, prima come già detto, non solo le chiese ma anche la politica e i media non ne parlavano), per sapere quali sono i danni e quali rischi stiamo correndo. A Firenze basta girare per le strade, per capire che gli alberi che l’amministrazione comunale sta tagliando in numero sproporzionato alle reali esigenze, e ad una velocità di attuazione sbalorditiva visti i tempi ordinari della nostra burocrazia, sono determinanti per assicurare una qualità di vita minimamente decente.
Ammesso però che siamo ancora in tempo a fermarci (lo speriamo davvero), e possiamo dare al Pianeta il respiro necessario perché Dio ci aiuti a rimediare ai danni e ci perdoni per la nostra follia malvagia, dobbiamo prima di tutto capire cos’è che ci ha fatti arrivare così lontano nel fare danno.
Durante il mio Msc su Sostenibilità e Difesa dell’Ambiente (un corposo corso di tre anni alla Staffordshire University, università britannica alla quale sono grata non solo per quello che mi hanno insegnato ma anche per l’approccio docenti – studenti molto amichevole, collaborativo e stimolante), ho avuto modo di studiare il mondo delle multinazionali: del petrolio, della cosmesi, del cibo ecc. Ho anche dato uno sguardo al mondo della Scienza, all’azione dell’Agenzia ONU dell’ambiente, agli scenari prospettici del futuro, alle legislazioni in giro per il mondo, in particolare quella dell’UE e degli USA, alle buone pratiche che, forse per qualcuno sorprendentemente, sono state applicate per prime in molti dei Paesi cosiddetti del Terzo mondo o, meglio, “in via di sviluppo” (quale sviluppo è ancora in buona parte da stabilire, ma la strada che alcuni di questi Paesi hanno intrapreso non mi pare quella giusta).
L’idea che mi sono fatta è che l’origine della nostra disgrazia stia in vari fattori: in primo luogo la convinzione, secondo me dettata dalla nostra profonda arroganza (alla quale ha certamente contribuito una certa interpretazione del nostro essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, quasi fossimo semidei), che la scienza sia in grado di spiegarci tutto e risolvere tutti i nostri problemi. Da qui è nata per esempio la convinzione di poter trasferire la nostra vita su altri pianeti, con la conseguenza che abbiamo cominciato ad esplorare il cosmo intorno a noi. Come si sa senza risultati apprezzabili e molte vite sacrificate (senza parlare dell’inquinamento satellitare del cosmo). Che la Scienza possa risolvere tutti i nostri problemi è anche l’idea che sta alla base del cosiddetto , un concetto elaborato fin dagli anni settanta dello scorso secolo sul presupposto, che purtroppo si sta rivelando errato, che l’intelligenza umana sia al di sopra della natura e la possa piegare al proprio volere. D’accordo, l’idea è molto più antica degli anni settanta del ‘900, ma in quegli anni, pur cominciando a ragionarci sopra ponendoci alcuni insufficienti limiti, non l’ abbiamo mai abbandonata. L’arroganza intellettuale perciò, e la convinzione di bastare a noi stessi.
Un altro fattore è dato dall’economia. In realtà questo fattore è molto più importante di quanto comprendessimo in passato, di quanto i politici di tutto il mondo fossero disposti a farci scoprire, e che per fortuna invece adesso cominciamo a vedere bene. Studiosi di economia come Serge Latouche e altri come lui, hanno elaborato teorie chiamate più o meno della “decrescita”, ribaltando letteralmente il concetto di sviluppo senza limiti portato avanti dall’industria e dal capitale. L’idea di sviluppo senza limiti era fondata sul presupposto, falso, che le risorse della Terra fossero illimitate, ma ancora di più era fondata sull’avidità, la brama di profitto e ricchezza, coltivata dal mondo capitalistico. Ebbene sì, è il capitalismo che ci ha portati a questo punto. Una teoria economica che ci ha fatto credere che la libertà di gestire denaro e risorse senza controlli fosse a vantaggio di tutti, mentre è chiarissimo che è solo a vantaggio di pochi; che ha tentato di farci credere che fosse compatibile con la nostra fede cristiana, mentre in realtà è in rotta di collisione con il cristianesimo: dove stanno infatti nel capitalismo l’amore, la cura del prossimo, l’attenzione ai più deboli e ai più poveri, la solidarietà, la giustizia sociale, di cui invece sono letteralmente impregnati i libri profetici della Bibbia, i Vangeli, le parole di Cristo?
Chi sono quelli che si oppongono alle misure di riduzione dell’uso dei combustibili fossili, una delle principali fonti dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici? Ma le multinazionali del petrolio. Chi sono quelli che contrastano la lotta agli allevamenti intensivi di animali da carne, individuati dall’Agenzia per l’Ambiente dell’ONU come la principale fonte di gas serra? Le multinazionali del cibo. Chi si oppone al mantenimento degli ambienti naturali, difendendoli da speculazioni e distruzione, per costruire dighe, imbrigliare bacini, produrre elettricità con fonti non rinnovabili, trasformare le coltivazioni di sussistenza dei Paesi più poveri in coltivazioni intensive per rifornire il ricco mondo occidentale in grado di pagarne il costo? Sempre le multinazionali. Chi sostiene la ricerca scientifica, con l’inutile e spesso pericolosa per noi, sperimentazione animale, e inventa il Viagra mentre non trova, chissà perché, la cura per il diabete e produce farmaci antiretrovirali per curare l’HIV a prezzi inaccessibili per i paesi più poveri e flagellati da questa malattia? Le multinazionali del farmaco. Vale a dire la parte più potente del capitalismo contemporaneo.
Le Chiese, non solo nelle cinque settimane di celebrazione del Creato, ma anche e molto di più nella loro attività quotidiana nel mondo, non possono e non devono prescindere dal prendere in considerazione i fattori che ci hanno portato sull’orlo della distruzione, devono elaborare e coltivare non soluzioni, che spettano alla scienza e ai politici, ma una coscienza cristiana consapevole e attenta, strettamente legata alla parola divina, attiva nell’applicarla nella propria azione e devono essere pronte a contrastare ogni scelta che vada in senso contrario. Senza fondamentalismi e nel rispetto di tutti, ma con fermezza. Il contrario insomma di quello che stanno facendo le chiese conservatrici degli USA che appoggiano le politiche anti-ambientaliste del presidente Trump, solo perché si dichiara contrario all’aborto (sono convinta che lo faccia al solo scopo di raccattare voti e consenso, non per attaccamento alla vita) e sostiene le politiche sioniste di Israele.

Marta Torcini

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