UN RISVEGLIO DEL PROTESTANTESIMO CLASSICO È POSSIBILE?

Mi è stato chiesto di recensire un libro appena uscito del Pastore Andrea Panerini («Semper Reformanda? Per un (nuovo?) protestantesimo», Piombino, La Bancarella editrice, 2018, euro 10, pp.106). Il fatto è che sono amica dell’Autore, ed è fin troppo facile in questi casi che qualcuno dubiti dell’obiettività della recensione. Dico questo perché il libro è di quelli che fanno discutere, che pungono sul vivo, e chi si sente destinatario di certe punture spesso reagisce male.
Perciò voglio essere chiara fin da subito: vale davvero la pena di spendere ogni centesimo dei (pochi) euro necessari all’acquisto per leggerlo, non necessariamente condividendone le idee, ma per aprire una costruttiva discussione, che è poi, se capisco bene, uno degli obiettivi principali del volume.
Il libro si legge d’un fiato, ma non sarebbe il modo giusto. I capitoli centrali, quelli in cui l’A. espone, in modo chiaro e lineare, quelli che a suoi avviso dovrebbero essere i fondamenti di una ritrovata teologia del Protestantesimo, riportano ad una idea di chiesa come comunità dei credenti che non si può negare che si sia molto persa per strada. Nulla di veramente nuovo sotto il profilo teologico (del resto l’A. è un barthiano, per i non addetti ai lavori condivide le idee di uno dei più grandi teologi del protestantesimo classico, Karl Barth, la cui monumentale opera si svolse a cavallo fra Otto e Novecento). Il nuovo, o meglio il rinnovamento, sta nell’idea espressa nel libro di una comunità ecclesiale i cui membri sono legati dalla fede come fosse un vincolo di sangue. Una comunità forte quindi, in cui i conflitti si stemperano nell’osservanza del comandamento divino , senza però creare una comunità chiusa e ripiegata in se stessa. Per la mia esperienza nelle chiese protestanti classiche questo è l’esatto contrario della situazione attuale.
Ma non sono certamente i capitoli teologici che daranno spazio a discussioni e polemiche che già sono nell’aria. In effetti nessuno nelle chiese si sogna neppure di mettere in discussione il comandamento d’amore di Gesù, né la teologia barthiana è tale oggi da dare spazio a discussioni accese, se non forse in ambito accademico. Tutt’al più si arriva a riconoscere che l’amore che lega i membri di una chiesa spesso è solo il formale riconoscimento della comune appartenenza, dietro la quale ci si arrocca quando si viene, o ci si sente, attaccati dall’esterno, e con rammarico ma senza troppa convinzione, si dichiara l’impegno, quasi mai rispettato, a cercare di cambiare per il futuro.
Quelli che veramente faranno discutere sono il primo capitolo, storico, e l’ultimo, etico.
Sul primo capitolo va detto prima di tutto che, da storico, l’A. si è documentato, ha riportato le fonti delle informazioni (che sono tutte o quasi protestanti), e non ha avuto alcuna remora a dire la sua. Criticabile? Certo. Contestabile? Sicuramente: come qualsiasi testo di storia, i fatti possono essere letti da vari punti di vista e interpretati, ma quando sono documentati non possono essere certo messi in discussione. Nella storia negazionismo e revisionismo non sono ammissibili. E questa è la prima delle punture cui facevo accenno all’inizio.
L’ultimo capitolo, fra l’altro, mette seriamente in discussione il meccanismo di finanziamento dello stato alle chiese, il cosiddetto otto per mille, e questa è sicuramente la seconda puntura, davvero difficile da digerire. Qualunque cosa se ne pensi infatti, non vi è dubbio che tutte le chiese protestanti, che sono quelle che qui ci interessano, che hanno deciso di usufruirne, possano svolgere gran parte delle loro attività diaconali solo grazie a questo finanziamento, non certo grazie ai contributi dei loro sempre meno numerosi membri di chiesa. L’A., che è un fermo sostenitore della separazione fra stato e chiese, e che non ritiene che le attività diaconali siano prioritarie nell’attività della chiesa, anche perché spesso vengono svolte supplendo a carenze del sistema pubblico di welfare, non risparmia critiche, ma neppure proposte, che è poi l’obiettivo principale del libro, proporre appunto strade di recupero dei valori fondanti del Protestantesimo attraverso l’insegnamento delle Scritture.
Non voglio dire di più. Il libro vale davvero la lettura: oltre al suo valore intrinseco, è un bell’esercizio di libertà di manifestazione del pensiero critico, non costretto e censurato dal timore di pagarne, come sempre avviene, il prezzo, di solito salato. Buona lettura.

Marta Torcini

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