LA LIBERTÀ INTERIORE NELL’ULTIMO LIBRO DEL PASTORE PANERINI

L’uscita dell’ultimo libro del nostro Direttore ha portato diverse discussioni e prese di posizione nel mondo culturale italiano. Il libro sarà presentato il 31 ottobre in anteprima nazionale a Firenze. Qui riportiamo la recensione della prof.ssa Ada Prisco, cattolica romana, docente di Storia delle religioni presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano di Foggia.

Di tutte le categorie applicabili alla Chiesa, il libro sceglie di ritornare al cuore del protestantesimo, ripresentando in forma critica il senso della riforma, non limitato, però, alle denominazioni, che, a vario titolo, si rifecero all’esperienza di Martin Lutero, bensì ampliandolo fino a comprendere ogni coscienza cristiana, ogni comunità radunata nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, senza trascurare la centralità del protestantesimo, cui è dedicato particolare approfondimento specie nella prima parte. I passaggi preliminari cedono volentieri il passo all’individuazione immediata dei nuclei della riflessione, riducendo a un nugolo stringato i riferimenti storici e teologici, esposti con semplicità e chiarezza. Questo stile rende il libro leggibile e piacevole, introducendo il lettore comune a fondamentali snodi teologici, e stimolando il lettore più avvezzo alla teologia a ritornare alle fonti della storia e della teologia.
La fondazione della Chiesa Protestante Unita promossa dall’autore è inquadrata con molta discrezione in un discorso, che non predilige i toni polemici, ma trasmette la tensione positiva che slancia verso Cristo, punta all’attuazione della sua volontà. La comune identità di cristiani si staglia sempre in primo piano rispetto alle differenze, che pure ci sono e che si pongono come opportunità di conoscenza, di discernimento. Molto è riconsegnato alla categoria permanente della riforma, che non intacca il patrimonio di fede stabilito dai 5 sola di Lutero e dalla professione di fede nella Trinità. Questo cuore rimane pulsante e scevro da ogni svilimento. Va riformato, dunque, ciò che attiene alle strutture di espressione, di annuncio, di accoglienza e di collegamento fra mondo odierno e vangelo. Ed è suscettibile di riforma costante la comprensione del cristianesimo.
La riflessione critica puntata sulla condizione attuale del protestantesimo storico (valdismo, luteranesimo, calvinismo, metodismo, battismo) e sulla sua crisi progressiva non può che essere accolta con disponibilità da ogni cristiano e da chiunque tenti di leggere la realtà attuale anche sotto la lente dell’indagine socio-religiosa. Fa molto pensare la sua analisi dell’epoca fascista e della fase successiva all’unità d’Italia: al di là delle circostanze presentate, lascia emergere tentazioni trasversali, capaci di attenuare la potenza della missione, accondiscendenti ad abiti mentali di rifugio, di vario genere, richiamando nel contempo a un debito che grava tuttora sugli gli italiani tout court quanto a elaborazione del ventennio. E nessuna denominazione ne è immune.
Focalizzando la questione in una prospettiva lievemente più ampia, ci si può accorgere che l’intento continuo di riformarsi da parte della chiesa non pone di per sé al riparo da rischi, giacché potrebbe far scivolare anche in un allontanamento dalla chiamata di Gesù Cristo, cui appartiene, finendo così con l’indebolimento progressivo della forza del suo annuncio, unito a un certo compiacimento dell’essere minoranza, forse élite. Una prima considerazione che scaturisce di conseguenza è che comunque la riforma è ineludibile, non finisce mai, finché la chiesa peregrina nel tempo. In secondo luogo, la riforma risponde a un’urgenza, restituire la vocazione cristiana alla sua scaturigine prima, l’appartenenza a Cristo. Il significato gradualmente e continuamente da ritrovare deve poi necessariamente riconoscersi in una corrispondenza fatta di mentalità, scelte, gesti, parole, stile di vita, organizzazione delle chiese e delle società. Per ogni nobile intenzione, risalta uno o più atteggiamenti di peccato, tanto più irriconoscibili, quanto più ridotti allo stato di normalità. Così anche sono state codificate le divisioni fra i cristiani, con un’attenzione maggiore alle forme, più attenuata alla sostanza. La pluralità in ogni campo è sempre proposta nella sua valenza positiva, come effetto dell’azione libera e creativa di Dio. La pluralità è cosa buona perché fondata in Dio, non dovrebbe attrarre per le sue manifestazioni periferiche, bensì per questo nucleo profondamente teocentrico. La logica inclusiva è destinata, però, a sperimentare degli attriti con le inevitabili forme di stratificazione religiosa, con gli apparati istituzionali, con tanti concetti di autorità, che, sebbene non sempre autorevoli, esercitano, di fatto, il loro peso nella storia e contribuiscono a che il cristianesimo nelle tante denominazioni lasci un’impronta, che, nel bene e nel male, reca anche questa firma temporale. Il pensiero teologico non può evitare di confrontarsi con l’apporto di circa ventuno secoli di cristianità. Del pluralismo il protestantesimo è senz’altro maestro, avendo dato vita a numerose denominazioni, talvolta anche molto differenziate le une dalle altre. Appare equilibrata la lettura del saggio, che mette in guardia dal rischio del compiacimento per la minoranza, da un lato, mentre dall’altro disdegna l’appiattimento proprio di discutibili soluzioni di integrazione. La riflessione ecumenica non può che trarne spunto. Non mancano balzi in avanti nel settore, quando il timore del proselitismo è superato in nome dell’alta concezione dell’autodeterminazione del cristiano e della bontà di presentare una proposta di fede. Non si risparmiano critiche alla condizione ecumenica attuale, che, però, è recuperata, di fatto, in annotazioni critiche circostanziate che guardano a tutto tondo.
Porgiamo l’orecchio lungo lo scorrere delle pagine a una voce critica, che in fondo fa sentire meno soli, rassicurando che non è sbagliato porsi delle domande, mettere in questione la ricezione della fede e delle tradizioni cristiane. Fa venire voglia di studiare teologia e di conoscere meglio il protestantesimo, anzi il cristianesimo. Alleggerisce il peso della teologia quando richiama all’essenza. Il sano invito che ogni lettore può accogliere in maniera proficua consiste nello scorgere Gesù Cristo sempre oltre le categorie che tendono a diventare cristallizzate e autoreferenziali. Un simile stimolo è salutare per il credente inserito nella sua comunità, come anche per quanti sono in ricerca spirituale, cui pure l’autore presta lodevolmente attenzione. Anche questo è un modo per non trascurare i fondamentali, fra cui l’annuncio iniziale del vangelo, continuando a percepire sempre l’urgenza di evangelizzare, in uno stato naturale di missione. E ci si può sentire piacevolmente raggiunti da quest’attenzione, che diventa cura pastorale, anzi, ancor prima, umana solidarietà lungo un cammino che di per sé non esclude nessuno, non disprezza alcuna condizione umana, ma tutto accoglie nel mistero dell’incarnazione, tutti ingloba nella comunione dell’unico corpo.
La libertà interiore, sebbene non chiamata in causa in questi termini, nella visione di Panerini accompagna il cristiano, perché costituisce la sola condizione in grado di permettergli un’espressione coraggiosa della fede, non schiava di condizionamenti esterni, pratici, fondati pure sul reciproco sostegno. Più o meno realizzabile, indica una tensione essenziale, che deve farsi strada fra le tante ambiguità, fluidità e spesso confusioni del mondo moderno.
Il saggio contiene un’elaborazione e un’esposizione del protestantesimo che si lascia filtrare dalla condivisione schietta delle posizioni dell’autore. Si entra in contatto con un parlare teologico franco, personale, corredato da note e puntuali riferimenti bibliografici arricchiti infine da un allegato di documenti. I toni taglienti e i giudizi netti paiono figli di una tensione sentita rispetto a situazioni percepite come contraddittoria rispetto al suo nucleo, l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo con carattere di urgenza.
Anche il discorso etico è inquadrato nella globalità dell’ottica cristiana, le questioni specifiche, alcune care alla teologia queer, dalla morale sociale a quella personale a quella sessuale, il riferimento a precisi dibattiti contemporanei, si nutrono dei criteri biblici fondamentali, l’aspirazione operosa alla giustizia, il senso costante di misericordia, la non acquiescenza ai mali del tempo, alle idolatrie dominanti del potere, del denaro. Può, ad esempio, la “resistenza passiva” bastare a contenere l’esondazione capitalistica con la mediazione degli strumenti finanziari che caratterizzano le nostre società moderne? Sembra utopistico. E comunque non si perde mai di vista che la Chiesa non è fondata su ciò. Come non è fondata sull’accademia: come dargli, dunque torto, quando richiama al valore della compassione, dell’empatia da parte dei ministri, prioritaria rispetto alla preparazione tecnica? Racconta lo sforzo, anche cristiano, di coniugare pace, non violenza e vita quotidiana, richiamandosi a nomi importanti. Sono opportuni i riferimenti alla Chiesa Confessante Tedesca, alla sua resistenza, alla speculazione condensata nella dichiarazione di Barmen (1934) inclusa nell’allegato finale.
Prima di rimanere raccolti a riflettere sulle questioni che il libro offre all’intelligenza del lettore, si sosta per un po’ nella cella di Bonhoeffer. E, ancora una volta, tutto e tutti solo Dio supera.

Ada Prisco

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