BIRMANIA: IL GENOCIDIO DEI ROHINGYA E I SILENZI DI SAN SUU KYI

Negli scorsi mesi è stato presentato un reportage, commissionato dall’Onu, che ha richiesto alla giustizia internazionale l’incriminazione per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità nei confronti del comandante in capo e di altri cinque ufficiali dell’esercito birmano, in merito alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate ai danni della comunità Rohingya.
Anche la premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi è rimasta coinvolta nelle responsabilità di queste tragiche vicende.
Secondo la Commissione Onu, la leader de facto del Myanmar, ha taciuto di fronte al genocidio, ha minimizzato l’accaduto e, schierandosi a favore dell’esercito e della giunta militare, ha definito la feroce repressione come una risposta proporzionata alle provocazioni di una minoranza discriminata sulla base di motivazioni religiose ed etniche.

I ROHINGYA
Difatti, i Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica che vive in un Paese, come il Myanmar, a maggioranza buddhista. I Rohingya vengono descritti come “il popolo meno voluto al mondo” e “una delle minoranze più perseguitate al mondo”. A questo proposito, si pensi che in base ad una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, essi non possono prendere la cittadinanza birmana, pur vivendo a tutti gli effetti in quel territorio. Inoltre, ai membri dell’etnia Rohingya non è consentito viaggiare senza un permesso ufficiale, è vietato possedere terreni e sono obbligati a non avere più di due figli per ciascun nucleo familiare. Come si può facilmente comprendere, si tratta di una situazione di palese violazione dei diritti umani che si perpetra da diverso tempo all’interno dei confini birmani.
La vicenda di per sé drammatica, assume dei contorni grotteschi, poiché The Lady, la combattente per la libertà e la democrazia del popolo birmano, San Suu Kyi, una volta messa in condizione di poter governare (seppur in cotutela con l’esercito), non ha fatto nulla per fermare il massacro degli innocenti. Non ha alzato la voce per denunciare, alle competenti organizzazioni internazionali e al mondo intero, le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra.

IL RAPPORTO ONU
Il rapporto, redatto dall’Onu, accusa la leader birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991, “di non aver utilizzato la sua posizione de facto di capo del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire il dipanarsi degli eventi” contro i Rohingya. “Con atti e omissioni – continuano gli investigatori Onu – le autorità civili hanno contribuito al fatto che venissero commessi crimini atroci”.
Diverse personalità internazionali hanno chiesto, con forza, la revoca dell’onorificenza concessa a San Suu Kyi quando, nel 1991, lottava agli arresti domiciliari a favore della libertà e contro la repressione dell’intero popolo birmano.
In questo senso, tre premi Nobel della pace Mairead Maguire (Irlanda del Nord), Shirin Ebadi (Iran) e Tawakkol Karman (Yemen), dopo aver incontrato le rifugiate Rohingya nei campi profughi in fuga verso il Bangladesh, hanno rivolto un appello al mondo affinché si porti il governo del Myanmar di fronte al tribunale penale internazionale per rispondere dei sei mesi di durissima offensiva militare lanciata da Rangoon contro i Rohingya. L’appello delle Nobel denuncia soprattutto il silenzio della leader birmana, ufficialmente ministro degli Esteri, richiamando nel frattempo la dignità del premio Nobel e la necessità di continuare a lottare per i valori che lo contraddistinguono anche dopo l’assegnazione.
Per dare un’idea, secondo le Nazioni Unite, oltre 700mila persone sono fuggite dalla Birmania al Bangladesh da agosto ad oggi, facendo di Cox Bazar, il principale campo profughi con oltre 500mila persone, il più grande punto di raccolta di rifugiati al mondo.
Di fronte a queste tragedie, si spera che ci possa essere un ravvedimento da parte delle istituzioni birmane, anche grazie alla pressione della comunità internazionale e che San Suu Kyi possa dimostrare come le battaglie del passato, che l’hanno resa in tutto il mondo, un’icona della democrazia, della libertà e della lotta nonviolenta, non vengano mai più tradite in nome di una realpolitik che lei stessa, con la sua storia, ha combattuto con dignità e abnegazione.

Paolo D’Aleo

La Birmania, ufficialmente Repubblica dell’Unione del Myanmar è uno Stato dell’Asia sudorientale ed occupa parte della costa occidentale della penisola indocinese. È affacciata sul Golfo del Bengala e sul mar delle Andamane e confina da ovest a est con Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia. Il 6 novembre 2005 la capitale è stata spostata da Yangon a Pyinmana, che il 27 marzo 2006 è stata ufficialmente rinominata Naypyidaw, cioè “sede dei re”, secondo il censimento del 2017 ha 55,5 milioni di abitanti.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, la Birmania è stata governata dapprima democraticamente, poi, in seguito a un colpo di Stato nel 1962, da una dittatura militare. A partire dal 2010, il governo militare birmano ha attuato una serie di graduali riforme politiche, instaurando un governo civile, scarcerando gli oppositori politici tra cui Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e convocando libere elezioni parlamentari, parziali nel 2012 e generali nel 2015.

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