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La democrazia del regime: cartelli “anti gender”, o stai con me o ti censuro

Un’associazione pro-life e pro-family affigge un manifesto a norma di legge. Tutto in regola, a partire dai tributi versati al comune.

Che però non gradisce il messaggio veicolato e manifesta propositi censori, palesando una curiosa idea di “libertà”: a corrente alternata.

Manifesti pubblicitari regolarmente pagati, come prevede il regolamento del comune di Bologna. Ma non basta se non sei dalla parte “giusta” della storia. Il vecchio vizio giacobino di censurare chi non si accoda alla fantomatica “volontà generale” alcuni non l’hanno proprio mai perso. Se ne sono accorti quelli dell’Associazione Pro Vita & Famiglia che hanno avuto la malcapitata idea, si fa per dire, di affiggere cartelli pubblicitari contro la cosiddetta “teoria gender”.

“Basta confondere l’identità sessuale dei bambini” recita la scritta che sormonta l’hashtag #stopgender. Apriti cielo. Un affronto intollerabile per il Pd locale, subito insorto per annunciare la volontà di trovare un cavillo legale e far rimuovere gli “scandalosi” manifesti. Come era già successo a inizio ottobre in Toscana, a Pontedera (Pisa): spazio pubblicitario regolarmente acquistato ma messaggio ideologicamente sgradito all’amministrazione comunale – a guida dem ovviamente – che ha iniziato l’iter per censurare il manifesto. Con tanti saluti alla libertà di espressione e di manifestazione del pensiero.

Quella voglia matta di censurare

Un assalto “democratico” (risalente a marzo 2022) alla sede romana di Pro Vita & Famiglia – La Pagina cristiana

Stessa solfa a Bologna. Anche stavolta gli amministratori cittadini hanno avuto da ridire premurandosi di far sapere che non condividono per niente il messaggio veicolato dal manifesto di Pro Vita & Famiglia. Ma quel che è peggio è che si sono attivati per farlo rimuovere.

“I manifesti diffusi sul territorio nazionale dal Movimento Pro Vita, rivolti contro una fantomatica teoria ‘gender’, come altri apparsi negli scorsi mesi in tema di aborto, non sono rappresentativi del sentire dell’amministrazione e appaiono su bacheche comunali poiché seguono un iter autorizzativo che non prevede un controllo preventivo”. Così si legge in una nota della vice-sindaca bolognese Emily Clancy. Per questo, prosegue il comunicato, “abbiamo richiesto un parere legale per procedere all’eventuale rimozione, in caso di interpretazione positiva. In particolare, la Legge n. 156 del 9.10.2021, recita: “è vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti, stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”.

Le opposizioni insorgono

A opporsi all’alzata di scudi dell’amministrazione felsinea c’è Fratelli d’Italia che denuncia quello che rappresenta un pesante affondo contro la libertà d’espressione. E c’è anche chi, come il consigliere leghista Matteo Di Benedetto attira l’attenzione su qualcuno che si è già portato avanti strappando i manifesti di propria iniziava: “Strappare manifesti che non si condividono è antidemocratico e violento. Sbaglio?”, si è chiesto su Facebook. “Se non sei d’accordo con un’idea devi spiegare perché secondo te è sbagliata, non andare a strappare cartelloni o censurare. Si tratta di comportamenti violenti e antidemocratici”.

Don Luigi Sturzo, padre nobile del popolarismo, a suo tempo ironizzava sulla concezione “geografica” della libertà tenuta dai partiti comunisti, diversa a seconda che si parlasse “di paesi di qua o di là della cortina di ferro”. Viene da pensare che, malgrado la recente svolta antirussa, qualcuno abbia perso il pelo ma non certo il vizio. Come a dare ragione, sempre per stare in tema, al George Orwell della Fattoria degli animali, dove alcune bestiole erano “più uguali” delle altre.

Emiliano Fumaneri

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