COME PASTORE PROTESTANTE AL REFERENDUM VOTO NO

Questo articolo era stato mandato alla Redazione de “Il Tirreno” di Piombino per controbilanciare l’articolo a favore del sì di un prete cattolico, Pierluigi Castelli, pubblicato lo scorso 26 novembre. A pochi giorni dal voto non è stato pubblicato e  l’autore non ha ottenuto alcuna risposta dalla Redazione del quotidiano labronico, apertamente schierato a favore del sì.

Ho letto con interesse le motivazioni a favore del sì al prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre da parte dell’arciprete della Concattedrale di Piombino, Mons. Pierluigi Castelli. Sono d’accordo con lui nel dire che il ministero nella Chiesa non impedisce di esprimersi in un voto che non è partitico ma in primo luogo civico, essendo la Costituzione di tutti i cittadini al di là delle proprie convinzioni religiose anche se non saprei cosa due ministri di culto potrebbero dire di più di un comune cittadino. Ad ogni modo vorrei con questa mia lettera esprimere, a titolo personale, la voce di un cristiano che il 4 dicembre voterà no e che considera questa riforma costituzionale confusa e dannosa.
Confusa perché non vi è coerenza istituzionale nel progetto di riforma: se si voleva superare il bicameralismo perfetto era assai più utile abolire del tutto il Senato invece di trasformarlo – in un contesto di uno Stato che non è federale – in una camera di elezione indiretta (e non ancora esplicitata: sappiamo il numero dei futuri senatori ma non il metodo con cui verranno eletti) non veramente rappresentativa delle autonomie, con poche competenze ma con la possibilità di ingarbugliare il procedimento legislativo richiamando le normative dalla Camera e potendo fare ostruzionismo nel caso le maggioranze politiche siano diverse. Da un unico procedimento legislativo (le Camere condividono lo stesso potere legislativo) si passa a dieci possibili procedimenti. Inoltre la redistribuzione delle competenze tra Stato e Regioni viene fatta senza alcun vero criterio e nella direzione di accentrare i poteri a Roma senza tutele dei territori soprattutto nelle tematiche dell’energia, delle opere pubbliche, dello stesso ordinamento dei lavoratori pubblici delle singole Regioni e del turismo. Con questa riforma le Regioni non avrebbero nemmeno potuto chiedere il referendum sulle trivelle.
Dannosa e pericolosa perché si concentrano di fatto molti poteri nel leader del partito di maggioranza (qualunque esso sia) come il potersi eleggere senza un largo accordo il Presidente della Repubblica e i membri del CSM e della Corte Costituzionale e con l’attuale legge elettorale anche un partito o una lista ben lontana dal cinquanta per cento più uno dei voti potrebbe disporre dei voti per prevaricare le opposizioni. Anche una riformulazione apparentemente innocua come quella dell’art. 67 nasconde un pensiero preoccupante: la formulazione del 1947 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” mentre quella proposta: “I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato” il che elimina il fatto che ogni singolo parlamentare rappresenti tutta la Nazione e ci fa presupporre che i diritti dei parlamentari siano più nei loro gruppi politici che nel mandato popolare di ogni singolo eletto.
Anche il metodo usato per la riforma lascia molto perplessi: si riformano ben 47 articoli della Costituzione con maggioranze strette e variabili, con un Parlamento illegittimo almeno dal punto di vista morale (essendo stato eletto con una legge elettorale dichiarata largamente incostituzionale, con la richiesta della fiducia da parte del Governo su una materia che dovrebbe essere esclusivamente parlamentare. L’articolo 138 in cui si disciplinano le riforme costituzionali era stata chiaramente pensato per riforme circoscritte, sarebbe quindi stato meglio eleggere con un proporzionale senza sbarramenti di sorta una Costituente che rappresentasse realmente tutte le componenti della società italiana come nel 1946. La stessa abolizione dello CNEL potrebbe essere il giusto taglio di un ente inutile ma la mia domanda è: perché prima di abolirlo nessuno ha tentato di far veramente funzionare questa camera di compensazione tra le componenti sociali, lavorative e sindacali?
Alcune cose buone inserite (forse causalmente?) nella riforma come la parità di genere potevano essere approvate con una legge costituzionale che modificasse pochi articoli e con il voto favorevole di tutte le forze politiche. Anche la tutela delle minoranze nella riforma Boschi è una pura utopia se non si limita la possibilità del Governo di porre la fiducia su ogni singolo provvedimento (e questa sì sarebbe stata una riforma necessaria! In Germania, ad esempio, il Cancelliere può porre la fiducia solo sul bilancio, gli affari esteri e la difesa). Molte altre cose potrei dire, ma non vorrei annoiare i lettori con disanime tecniche, sperando di aver dato il senso della mia posizione. Invito i cittadini, comunque votino, di leggersi bene i testi della Costituzione in vigore e quello della riforma Boschi, per votare con giudizio ed assennatezza. Io voterò NO.

Andrea Panerini

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