PIÙ DI 65 MILIONI DI PERSONE NEL MONDO SONO COSTRETTE A FUGGIRE DAL PROPRIO PAESE

ROMA – Oggi, nella Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’assemblea generale dell’ONU; saltano subito agli occhi i tragici numeri dei morti nel Mediterraneo, numeri che sono assoluti protagonisti. Gli ultimi li dà l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR), partendo dai più recenti casi di barconi affondati in mare lungo la rotta che dalla Libia avrebbe dovuto condurli in Europa. Per arrivare a un bilancio che, dall’inizio dell’anno, parla di circa 2mila vite umane perdute sulle 77mila che hanno sfidato “una delle rotte più pericolose del mondo”. E di queste ultime, oltre 60mila sono arrivate in Italia. E cita tre storie che in comune hanno lo stesso drammatico epilogo.
La prima, e più grave, è quella di cui si appreso ieri sera dai pochissimi superstiti trovati aggrappati a quel che rimaneva ancora a galla di un vecchio gommone affondato con tutto il suo carico umano. Quel gommone, fanno trapelare fonti della stessa UNHCR aveva lasciato la Libia il 15 giugno e ha cominciato a imbarcare acqua poche ore dopo la partenza. Dalla Guardia costiera italiana e dai quattro sopravvissuti, cittadini sudanesi e nigeriani si è appreso che la barca aveva a bordo almeno 133 persone. Risultano pertanto disperse ben 129 persone.
Come riferito dai pochi sopravvissuti, sempre dalla Libia era partita la stessa sera del 15 giugno assieme ad altri due natanti anche un’altra barca con almeno 85 persone a bordo che si è spezzata in due prima di affondare, a bordo c’erano molte famiglie con bambini. I dispersi, il cui numero è imprecisato, sono per lo più cittadini siriani e persone provenienti da Paesi dell’Africa settentrionale, in cui infuria la guerra civile, la carestia e dove dominano regimi politici totalmente incompatibili con i più elementari diritti umani e – come evidenziato da inchiestre giornalistiche indipendenti – queste guerre e questi regimi sono alimentati da armi importante dall’Occidente (e in buona parte anche dall’Italia) in spregio alle leggi internazionali.
Un terzo naufragio avrebbe causato sette tra morti e dispersi. I sopravvissuti sono stati fatti sbarcare ieri a Messina: la loro imbarcazione è partita dalla Libia il giorno prima, il 14 giugno e una donna camerunense in stato di gravidanza ha perso il marito nel naufragio.
La stessa UNHCR rende noto che 65,3 milioni di persone, in tutto il mondo, sono state costrette a fuggire dal proprio Paese. Di queste, circa 21,3 milioni hanno avuto in qualche modo lo status di rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Ci sono inoltre 10 milioni di persone apolidi cui sono stati negati una nazionalità e l’accesso a diritti fondamentali quali istruzione, salute, lavoro e libertà di movimento. E’ lo stesso mondo in cui circa 34mila persone sono costrette ad abbandonare le proprie case ogni giorno a causa di conflitti o persecuzioni.
«I dati resi noti oggi dall’Alto Commissariato delle Nazione per i rifugiati erano prevedibili ma non per questo sono meno tragici – afferma in una nota il Decano della Chiesa Protestante Unita, Rev. Andrea Panerini – e ci devono necessariamente dare una scossa, oltre a un senso di profonda vergogna in quanto europei occidentali e privilegiati. Le armi, le guerre e i sistemi totalitari li ha esportati l’Occidente sotto le etichette avvelenate di “civilizzazione” e “democrazia” e ora queste masse disperate vengono a chiederci aiuto. È facile fare retorica politica d’accatto per guadagnarsi un pugno di voti in più – prosegue il Rev. Panerini – ma il fenomeno immigrazione non si gestisce con i muri, la retorica e facendo affogare migliaia di persone nel Mediterraneo ma rediscutendo i pilastri – che sembrano intoccabili – della contemporaneità e primo tra tutti il sistema capitalistico neo-liberista che ha bisogno in parte di questi disperati da schiavizzare per massimizzare i profitti e negare i diritti ai lavoratori occidentali che li avevano acquisiti con un secolo di lotte. Non vi può essere pace senza la giustizia sociale e non vi può essere giustizia sociale senza un profondo cambiamento a livello locale, nazionale e globale rigettando i facili razzismi e riconoscendo la gravità e la complessità della questione. Le Chiese e le ONG fanno quello che possono ma devono essere le istituzioni nazionali e internazionali ad operare. L’Europa si fa spesso sentire – conclude il Rev. Panerini – per bastonare i più deboli e intralciare le socializzazioni ma rimanda un silenzio assordante su questa questione in cui solo alcuni paesi come l’Italia, la Grecia e Malta sono in prima linea.»

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