ELEZIONI POLITICHE: VINCONO 5 STELLE E LEGA, REBUS GOVERNO

Il 4 marzo i cittadini italiani sono stati chiamati al voto per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, quest’ultimo sopravvissuto al tentativo di sostanziale soppressione nel referendum costituzionale del dicembre 2016.
I risultati delle urne confermano il trend pre-elettorale che vedeva la Lega e il M5S in costante crescita e in declino le forze del centrosinistra. Vengono, altresì, confermate le previsioni di sostanziale ingovernabilità del Paese, poiché nessuno dei tre poli principali è vicino alla maggioranza dei seggi tanto alla Camera quanto al Senato. Seguendo la vulgata giornalistica si potrebbe dire che hanno trionfato ‘i populismi’, cioè quei movimenti che hanno proposto le soluzioni più radicali ai problemi dei cittadini.
L’affermazione del Movimento 5 Stelle, il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi e la disfatta del Pd rappresentano un cambiamento nel sistema politico italiano. Tuttavia, rimane una forte incognita rispetto alla durata e all’efficacia della fase politica attuale.
Si tratta, potenzialmente, di una fase nuova che vede le forze non compromesse con il governo degli ultimi anni, capitalizzare un vasto e diffuso sentimento di ostilità verso la classe politica.
Al contrario, le forze moderate, Pd- Fi- centristi vari, su cui si era imperniata la Seconda Repubblica sono state sconfitte. Il malcontento nei confronti della politica si è declinato, al Nord, con i grandi consensi alla Lega e le vittorie all’uninominale della coalizione di destra e al Sud, con l’assoluto dominio dei 5 Stelle.
A tutti gli effetti, il centrodestra non si fonda più sull’egemonia di Forza Italia e il centrosinistra ha subito una sconfitta storica perdendo gran parte dei propri consensi anche nelle regioni rosse. In questa dinamica, così negativa, ha grandi responsabilità il segretario del Pd, Matteo Renzi. In circa quattro anni Renzi ha personalizzato il Pd, costruendo il PdR (partito di Renzi), ha spostato l’asse ideale e programmatico del partito sempre più a destra, ha imbarcato, in particolare nel Mezzogiorno, una classe dirigente composta da vecchi democristiani ed ex berlusconiani, pronti a tutto per una poltrona. Tutto ciò ha portato ad una disfatta totale.
Il crollo del Pd porta con sé il tracollo dell’intera sinistra, tanto quella interna alla coalizione (Psi, Verdi, Radicali), sia le forze che si sono schierate per un’alternativa al Pd, come Potere al Popolo e, in misura decisamente inferiore, Liberi e Uguali.
Queste formazioni non sembrano in grado di attirare consensi in uscita da sinistra poiché percepiti, a torto o a ragione, da una parte come una vecchia classe dirigente che non vuole mollare (LeU) e dall’altra come forme di testimonianza, nobili ma tendenzialmente residuali nello scenario politico e sociale. Tutto questo comporta la difficoltà di interloquire con le periferie e con le classi popolari e di elaborare una svolta complessiva che metta al centro i temi del lavoro, della giustizia sociale e delle libertà individuali.
Già durante la campagna elettorale è sembrato evidente come il messaggio politico principale fosse il reddito di cittadinanza, proposto da Di Maio, e il mix reazionario e fascistoide delle destre a trazione leghista sui temi della sicurezza.
La campagna è stata incentrata sulla guerra tra poveri, tra esercito industriale di riserva e lavoratori autoctoni ipersfruttati, sulla possibilità di difendersi da soli o su varie forme di assistenzialismo, prebende e bonus.
Non si è fatto cenno alla necessità di individuare i reali poteri forti: i monopoli capitalistici nazionali e internazionali, la grande finanza e il gigantesco problema della distribuzione fortemente ineguale della ricchezza mondiale. Tutti fattori che vengono garantiti e implementati dalla sostanziale subalternità di una politica debole e incapace di elaborare pensieri lunghi.
A poche ore dalla chiusura delle urne, gli scenari post voto sono quanto mai oscuri. Molto dipenderà dalle scelte di Mattarella, perché alleanze politiche inedite sembrano di difficile realizzazione. Una soluzione, forse praticabile, potrebbe essere un governo di scopo per varare una nuova legge elettorale in grado di dar vita ad una maggioranza parlamentare o una prorogatio del governo in carica sino alla approvazione, in questo caso molto rapida, di una nuova legge elettorale.
Tutti gli scenari rimangono aperti, non resta che attendere.

Paolo D’Aleo
p.daleo@lapaginacristiana.it

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